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L’evasione fiscale: una piaga italiana

Posted by Aurelio Ferraguti On dicembre - 14 - 2011ADD COMMENTS

Non si fa che parlare, e non certo da oggi, di lotta all’evasione fiscale, un peso troppo grande da sopportare per le casse di uno Stato, quello italiano che ha un debito sovrano di quasi  duemila miliardi di euro e che paga interessi enormi sui propri titoli.

Nel 2011 l’imponibile evaso in Italia è cresciuto del 13,1% con punte record nel nord dove ha raggiunto l’ 14,2%. In termini di imposte sottratte all’erario siamo nell’ordine del 51,1% pari a 180,3 miliardi di euro l’anno. La stima è stata effettuata da KRLS Network of Business Ethics per conto dell’Associazione Contribuenti Italiani.

Questi dati sfatano un mito, tanto caro a Bossi e alla Lega nord, cioé che il Nord sia più virtuoso, in tema di imposte pagate, rispetto al sud.

Ma non è questo il problema.

Secondo questo interessante studio  le aree di evasione fiscale vengono classificate in cinque settori: l’economia sommersa, l’economia criminale, l’evasione delle società di capitali, l’evasione delle  Big Companye quella dei lavoratori autonomi e piccole imprese.

La prima riguarda l’economia sommersa. L’esercito di lavoratori in nero aumenta sempre di più è composto da circa 3 milioni di persone, molti dei quali cinesi o extracomunitari. In tale categoria sono stati ricompresi anche 850.000 sono lavoratori dipendenti che fanno il secondo o il terzo lavoro. Si stima un’evasione d’imposta pari a 34,3 MLD di euro.

La seconda è l’economia criminale realizzata dalle grandi organizzazioni mafiose italiane e straniere ( la mafia russa e cinese ad esempio) che, nel nord Italia è cresciuta nel 2011 del 18,7%. Si stima che il giro di affari non “contabilizzati” produca un’evasione d’imposta pari a 78,2 MLD di euro l’anno.

La terza area è quella composta dalle società di capitali, escluso le grandi imprese. Dall’incrocio dei dati è emerso che l’ 78% circa delle società di capitali italiane dichiara redditi negativi o meno di 10 mila euro o non versa le imposte. Molte di queste chiudono nel giro di 5 anni per evitare accertamenti fiscali o utilizzano “teste di legno” tra i soci o amministratori. In pratica su un totale di circa 800.000 società di capitali operative, l’ 81% non versa le imposte dovute. Si stima un’evasione fiscale attorno ai 22,4 MLD di euro l’anno.

La quarta area è quella composta delle big company. Una su tre ha chiuso il bilancio in perdita e non pagando le tasse. Inoltre il 94 % delle big company abusano del “transfer pricing” per spostare costi e ricavi tra le società del gruppo trasferendo fittiziamente la tassazione nei paesi dove di fatto non vi sono controlli fiscali sottraendo al fisco italiano 37,2 MLD di euro all’anno. Nel 2011, le 100 maggiori compagnie del paese hanno ridotto del 14% le imposte dovute all’erario.

Infine vi è la evasione da parte dei lavoratori autonomi e   delle piccole imprese. Si tratta soprattutto di artigiani, professionisti e commercianti, dovuta alla mancata emissione di scontrini, di ricevute e di fatture fiscali che sottrae all’erario circa 8,2 miliardi di euro l’anno.

Sempre secondo lo studio della KRLS In testa nel 2011, tra le regioni, dove sono aumentati numericamente gli evasori fiscali, risulta:
la Lombardia, con +15,3%.
Secondo e terzo posto spettano rispettivamente
al Veneto con + 14,9% e l
l a Valle d’Aosta con +13,6%.
A seguire
la Liguria con +13,5%,
il Piemonte con 13,4%,
il Trentino con 13,1%,
il Lazio con +12,9%,
l’Emilia Romagna con +12,8%,
la Toscana con +12,6%, l
e Marche con +11,3%,
la Puglia con +10,6%,
alla Campania +8,0 %,
la Sicilia con +7,6%
e l’Umbria con +7,1%.

La Lombardia, anche in valore assoluto, ha fatto registrare il maggior aumento dell’evasione fiscale. In percentuale, il dato lombardo aumenta, nel 2010, di circa il 15,9%.

In Italia i principali evasori sono:
gli industriali (33,2%) seguiti
da bancari e assicurativi (30,7%),
commercianti (11,8%),
artigiani (9,4%),
professionisti (7,5%) e
lavoratori dipendenti (7,4%).

A livello territoriale l’evasione è diffusa soprattutto
nel Nord Ovest (31,4% del totale nazionale), seguito
dal Nord Est (27,1%).
dal Centro (22,2%) e
Sud (19,3%).

I dati sono estremamente significativi e assolutamente preoccupanti.
A questo punto viene da chiedersi, come mai i governi che si sono succeduti (destra e sinistra non fa differenza) non sono riusciti a porre fine a questo scandaloso fenomeno?

Eppure in Italia c’era una legge severissima la cd “manette agli evasori” che il ministro Visco volle ridimensionare escludendo dalla disciplina una parte di illeciti commessi in materia fiscale.

Ora il nuovo governo Monti ha previsto, per chi dichiara il falso al fisco una sanzione penale (ma la sanzione lieve che comporta, nel caso un decreto penale di condanna ad una multa, non certo il carcere), ma , a mio modo di vedere è ancora una norma insufficiente.
E allora vediamo di rispondere alla domanda, come mai non si è fatta una vera, e sottolineo vera, lotta in grande stile ad un fenomeno che sottrae quasi 200 miliardi di euro l’anno all’erario?

La risposta sta nei dati: gli italiani sono un popolo di evasori, non si tratta di casi isolati o di grandi evasori o evasori totali che la GdF con grande professionalità e zelo ogni anno riesce, bene o male, a scovare.

Quindi “politicamente” la lotta agi evasori non paga. Troppi sono i cittadini interessati, troppi anche gli interessi politici. E non dimentichiamo che  l’economia sommersa è un enorme fonte di liquidità e che quindi favorendo i consumi agisce, in parte, come volano economico. Ecco perchè, al di la di discorsi di buona volontà il problema non è stato, non dico risolto, ma nemmeno preso troppo sul seri dai vari governi che si sono succeduti alla guida del Paese.

Agevolati da una legislazione troppo confusa e contraddittoria in materia economica e fiscale, da norme che sono di talmente difficile interpretazione che permetto ai “furbi” di aggirarle senza problemi.

E qui sta la seconda considerazione: la mentalità di molti italiani secondo cui chi evade il fisco  sia un “furbo” e non un criminale.
Guardiamo i dati che ci dicono che sono moltissimi i lavoratori dipendenti che fanno un secondo lavoro “in nero” e che quindi sottraggono soldi, ma questa attività, nell’opinione generale, non viene considerata veramente una evasione fiscale.
Oppure vediamo lavoratori autonomi che dichiarano redditi da fame, o titolari di imprese che sono in perdita, viaggiare in lussuose fuoristrada o passare vacanze da sogno ai caraibi.

Tutto cio’ deve finire, ma come?

Poche cose servirebbero per evitare o limitare il fenomeno.

Innanzitutto una vera tracciabilità dei pagamenti (l’obbligo di pagamenti elettronici o assegni per importi superiori a  mille euro previsto dal decreto Monti è sicuramente un primo passo, ma ancora insufficiente, perchè facilmente aggirabile), la deducibilità fiscale delle spese e dei pagamenti verso imprese, commercianti e professionisti (obbligati quindi a rilasciare fattura o ricevuta che sarebbe il solo documento per la deducibilità) Istituzione di un registro dei beni di lusso (auto, gioielli, barche, ecc, che non potrebbero più essere intestati a società); controlli serrati sui patrimoni e richiesta di giustificazione della fonte di acquisti di beni di lusso (compresi i soggiorni in alberghi, ecc); accordi con i Paesi che fino ad oggi hanno concesso copertura bancaria ai depositi di clienti italiani (il che non deve significare che non si possa avere un conto in una banca Svizzera, ad esempio, ma che debba essere giustificato da un reddito dimostrabile); previsione del carcere per chi evade il fisco (almeno in maniera rilevante) una norma che negli Stati Uniti è applicata e che certo costituisce un vero deterrente.

Queste sono solo delle modeste proposte, sia ben chiaro, non esauriscono le possibili iniziative per una reale lotta al sommerso, ma certo potrebbero essere un primo passo per ridurre il terribile fenomeno. Certo poi resterebbe da fare la cosa più importante. Una vera educazione alla fiscalità che dovrebbe partire anche dalle scuole, perchè i cittadini di domani finalmente comprendano che chi non adempie al proprio dovere contributivo, ma che anzi si fa vanto di esser un”furbo” perchè non paga le tasse, debba essere considerato un “criminale” e un profittatore.

Aurelio Ferraguti

Numero di letture :318

Nasce il nuovo governo Monti: ma quanti dubbi!

Posted by Aurelio Ferraguti On novembre - 16 - 2011ADD COMMENTS

Premesso che io credo che la soluzione auspicabile ad una simile crisi di governo fosse andare al più presto alle elezioni politiche per cercare di dare a questo Paese una vera guida politica, posto che Berlusconi da almeno due anni non ha veramente governato, ma ha “tirato a campare” senza uno straccio di riforma che ammodernasse il Paese.

Inoltre questo governo Monti è di fatto imposto all’Italia dal duo Sarkozy – Merkel cioé dalla Francia e dalla Germania che sono a conti fatti i padroni di quella che con eufemismo si chiama ancora Unione Europea.

Monti è un tecnico? Ma cosa vuol dire un tecnico? Che i politici non hanno mai conoscenze tecniche delle materie che vanno ad amministrare? E poi cosa significa tecnico? Che Monti sia un economista lo sanno anche i bambini, ma lo era anche Padoa Schioppa e lo era anche Tremonti. Allora forse sarebbe meglio dire che è un economista che piace alla BCE e alla EU che è stato imposto dai poteri forti dell’Europa.

Il governo dovrà essere formato da tecnici. Bene, allora mi sarei aspettato di vedere un militare alla difesa, un medico alla sanità, un ingenere ai lavori pubblici, un sindacalista al lavoro e magari un insegnante all’istruzione. Ma non è cosi’. Francamente ho qualche dubbio sui tecnici, non per le capacità dei singoli, sia chiaro, perchè nemmeno li conosco come la maggior parte degli italiani, ma per il concetto stesso di governo dei tecnici, una sorta di élite che deve sostituire la casta di politici inefficienti.

Il governo sarà appoggiato da tutti i partiti o quasi. Ma allora dovrà agire di concerto con le segreterie dei partiti, o no? Ma allora è un governo tecnico o politico? Mah, io ho seri dubbi che possa funzionare perche ci saranno veti incrociati dei partiti, la sinistra non vorrà la riforma del diritto del lavoro, o magari che si tocchino le pensioni, la destra non vorrà la patrimoniale. Insomma è un gran pateracchio. Ribadisco, meglio sarebbe stato andare alle elezioni con due o tre schieramenti con programmi diversi ma ben chiari.

Si potrebbe obbiettare che i mercati sono in subbuglio, lo spread (cioé il divario) tra i nostri titoli del debito pubblico e quelli tedeschi aumenta, che l’economia vacilla. Ma cio’ non regge. La Spagna da quando Zapatero ha dichiarato di non ricandidarsi e ha indetto nuove elezioni, è stata risparmiata dagli attacchi speculatori e la sua economia è in ripresa. E allora la realtà è ben diversa. La realtà è che quello che si sta compiendo è un vero e proprio “golpe” contro la volontà popolare. I cittadini nel 2008 hanno votato per il premier Berlusconi (il suo nome era ben stampato sulla scheda elettorale della coalizione che ha vinto le elezioni) ma col tempo la maggioranza è andata in crisi fino a perdere pezzi e restare di fatto minoranza. Declino della maggiornaza che, a mio avviso ha due momenti significativi: la espulsione di Fini e dei suoi dal Pdl e l’ “acquisto” di parlamentari dell’opposizione (Scilipoti e c.). Bene, allora per rispetto alla volontà popolare non si puo’ fare un altro governo, un altro premier, se c’è la crisi si deve ridare la parola al popolo sovrano. Se non lo si fa si attua un vero e proprio golpe contro la sovranità popolare.

Berlusconi se deve essere mandato a casa, dovranno essere gli elettori, i cittadini italiani che non ne possono più di lui e non dai mercati o dai signori Merkel e Sarkozy, ne tantomeno dal presidente Napolitano.

In questo modo Berlusconi, non solo non se ne va dalla scena politica, ma assumerà ancora un ruolo dominante potendo in qualsiasi momento togliere la fiducia a Mario Monti e provocare una crisi di governo. E qui sta l’assurdo. La sinistra italiana che ha vissuto l’opposizione solo come antiberlusconismo, non riesce a fare a meno di Silvio Berlusconi. Proprio nel momento in cui Berlusconi si trova in enorme difficoltà, l’opposizione gli getta il salvagente: un governo tecnico che probabilmente durerà fino alla scadenza elettorale ordinaria, cioé al 2013, dando modo proprio al vecchio presidente del consiglio di ricompattare le fila della sua parte politica.

Insomma un pateracchio che non mi piace per niente.

Aurelio Ferraguti

Numero di letture :323

Ma cos’è questa crisi…

Posted by Aurelio Ferraguti On ottobre - 5 - 2011ADD COMMENTS

crisis - © olly - Fotolia.comCi sono momenti nei quali francamente ogni commento puo’ sembrare scontato, quello che viviamo oggi a livello mondiale in seguito alla cd « crisi » finanziaria è sicuramente un tale momento.

Con la parola crisi infatti oggi si tenta di fare passare ogni cosa. La disoccupazione è altissima, ma si sa c’é la crisi, i prezzi aumentano vorticosamente, colpa della crisi, non si fanno le riforme necessarie, ma si « mira a campare » con manovre economiche durissime, certo per fronteggiare la crisi.

E’ chiaro che con questo termine si cerca di giustificare ogni cosa, ma soprattutto la incapacità del mondo occidentale, del nostro mondo, a leggere e capire come la storia si stia evolvendo.

La parola « crisi » deriva dal greco (κρίσις, scelta) ed ha come significato riportato dai vocabolari cambiamento traumatico stressante individuale oppure situazione sociale instabile e pericolosa. Ma in entrambi i casi si tratta di un fenomeno temporaneo.

Non sono un economista e non pretendo certo in questa sede di confrontarmi con illustri esperti del settore sulle cause che hanno detrminato tale crisi, quello che invece voglio sostenere che non possa ormai, dopo oltredue anni da quanto il fenomeno prese origine negli Stati Uniti, si possa ancora parlare di fenomeno temporaneo, bensi si debba considerare questa una situazione deficitaria ormai consolidata nel mondo occidentale. Quindi parole come « stiamo uscendo dalla crisi » o « la crisi ormai è alle spalle » tanto care ai politici di tutto il mondo (in particolare anche la nostro premier) non sono non corrispondono al vero, ma anzi non possono avere alcun fondamento neppure in prospettiva stante la considerazione che di temporano questa « crisi » non ha proprio nulla. E’ invece proprio il nostro sistema capitalistico- liberista che è stato messo in difficoltà (non usero’ più il termine crisi) in quanto incapace di reggere le spinte che sono venute dai nuovi soggetti economici mondiali, ma anche, e soprattutto di garantire condizioni di vita accettabili ai propri cittadini.

Il sistema non è stato in grado, ed a mio avviso, non lo sarà mai più di trovare delle soluzioni effettive per fronteggire tutte le incongruenze politiche, finanziarie e sociali.

Non a caso in questi ultimi anni le condizioni di vita degli uomini e delle donne di questo « mondo occidentale » hanno via via trovato sempre più difficoltà nella loro vita quotidiana. I Governi peraltro sono stati capaci di proporre solo drastiche cure finanziarie per ridurre il cosidetto impatto della crisi sui mercati, ma nessuno si è reso conto, o ha voluto rendersi conto, che è proprio questo tipo di economia basata sui mercati operanti in un regime sostinzialemente liberista il vero problema politico e sociale. Prendiamo come esempio il governo italiano. Per controbattere la sfiducia dei mercati (mannaggia…sempre loro) nei confronti della nostra economia, ha pensato di fare due, tre o forse non si sa quante altre manovre chiamate economiche (io preferirei definirle finanziarie) senza alcun intervento in tema strutturale di riforme e di incentivi per la crescita (potere di acquisto per i cittadini, riduzione del carico fiscale, anche per le aziende, ecc.). In tal modo non si fronteggia che il contingente, e pure male, visto l’impatto che le decisioni in tema finanziario hanno avuto sui « soliti » mercati. Occorre invece una riflessione per comprendere che la storia (anche economica) sta cambiando il volto del mondo, che il modello di sviluppo capitalistico-liberista è entrato in una fase di non ritorno (altro che crisi temporanea) e quindi agire per una vera trasformazione della nostra società. Prima ci si renderà conto di questa realtà e si opererà un vero cambiamento culturale prima ancora che politico ed economico e meglio sarà per tutti. Dubito pero’ che la classe politica occidentale abbia veramente compreso questa necessità.

Aurelio Ferraguti

Numero di letture :403

Gli Italiani, un popolo di emigranti

Posted by Aurelio Ferraguti On marzo - 5 - 2011ADD COMMENTS

Eccoci al nostro quarto appuntamento con il quale intendiamo ricordare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.


Gli italiani che festeggiarono il 17 marzo 1861 la proclamazione del Regno d’Italia erano crica 22 milioni, non facevano parte del regno infatti il triveneto (la Venezia euganea sarebbe divenuta parte d’Italia solo dopo la terza guerra di indipendenza e cioè nel 1866, il trentino ed il Friuli-venezia Giulia solo dopo la prima guerra mondiale cioè nel 1919) ed il territorio laziale ancora sotto il potere temporale di Papa Pio IX.

Certo pochi rispetto ai circa 60 milioni di abitanti che oggi costituiscono la popolazione italiana, ma che erano in costante crescita, la natalità infatti non aveva conosciuto il calo preoccupante di questi ultimi trenta anni.

Il Paese benché unito non era in grado di soddisfare le esigenze lavorative e quindi di sostentamento di una popolazione in rapida crescita, cosi dalla fine del secolo diciannovesimo, e soprattutto agli inizi del ventesimo si assistette ad un fenomeno assai rilevante ed importante: l’emigrazione in massa soprattutto di ceti proletari che non trovavano mezzi di sostentamento nella fragile economia italiana. Emigrazione che investi soprattutto il continente americano, ma anche la vecchia Europa in particolare Francia, Germania e Inghilterra.

Per dare un’idea della rilevanza del fenomeno migratorio italiano, cioè di quegli italiani che hanno lasciato la madre patria per “cercar fortuna” all’estero si pensi che ad oggi nel mondo ci sono circa 25 milioni di persone originarie o discendenti dei migranti post unitari oltre a coloro che hanno deciso di lasciare il Paese in tempi recenti. Solo in Argentina vi sono 15 milioni di “italiani” cioè di discendenti degli emigranti. Un numero enorme in relazione ai 60 milioni di italiani che vivono in Patria.

Gli italiani sono dovunque. In moltissimi casi si sono perfettamente integrati nelle società che li hanno accolti, raggiungendo anche posizioni di grande prestigio.

Le integrazioni, sia detto per inciso, in molti casi non sono state per nulla facili e indolore. In realtà certe diffidenze nei confronti dei nostri connazionali che sono emigrati alla fine del’800 e nei primi del ’900 erano frutto di situazioni oggettive. Lo vediamo, purtroppo anche oggi, e malgrado tutto anche in Italia che è stata paese di migranti, la paura del “diverso” dello straniero che viene da noi perché nel suo paese c’è miseria e disperazione è un sentimento diffuso. Ma gli italiani hanno saputo superare anche queste difficoltà e potuto inserirsi a pieno titolo , nelle società dei Paesi che li hanno ospitati. Non per questo pero’ hanno dimenticato la loro terra d’origine. Chi non ha deciso, ad un certo punto, di ritornare a casa, magari raggiunta l’età della pensione, chi ha deciso di formare una famiglia all’estero e di avere figli e nipoti nella nuova patria, non ha comunque dimenticato l’Italia.

Sono nati un po’ ovunque circoli ed associazioni di italiani all’estero e finalmente nel è stato riconosciuto anche a questi nostri connazionali il diritto di avere propri rappresentanti nel parlamento italiano.

Qualche dato sull’emigrazione italiana nel mondo:

Il più grande esodo migratorio della storia moderna è stato quello degli Italiani.

  • A partire dal 1861 sono state registrate più di ventiquattro milioni di partenze. Nell’arco di poco più di un secolo un numero quasi equivalente all’ammontare della popolazione al momento dell’Unità d’Italia si avventurava verso l’ignoto.
  • Si trattò di un esodo che toccò tutte le regioni italiane. Tra il 1876 e il 1900 l’esodo interessò prevalentemente le regioni settentrionali con tre regioni che fornirono da sole il 47 per cento dell’intero contingente migratorio: il Veneto (17,9), il Friuli Venezia Giulia (16,1 per cento) e il Piemonte (12,5 per cento).
  • Nei due decenni successivi il primato migratorio passò alle regioni meridionali. Con quasi tre milioni di persone emigrate soltanto da Calabria, Campania e Sicilia, e quasi nove milioni da tutta Italia.
  • Gli italiani sono sempre al primo posto tra le popolazioni migranti comunitarie (1.185.700 di cui 563.000 in Germania, 252.800 in Francia e 216.000 in Belgio, e il fenomeno ha avuto un'ulteriore propulsione negli ultimi anni grazie alle innumerevoli offerte di voli low cost offerte dalla rete) seguiti da portoghesi, spagnoli e greci.

Ecco dunque un riepilogo del fenomeno migratorio italiano tratto da www.emigrati.it

Emigrazione italiana per regione 1876-1900, 1901-1915

Piemonte 709.076 13,5 831.088 9,5
Lombardia 519.100 9,9 823.695 9,4
Veneto 940.711 17,9 882.082 10,1
Friuli V.G. 847.072 16,1 560.721 6,4
Liguria 117.941 2,2 105.215 1,2
Emilia 220.745 4,2 469.430 5,4
Toscana 290.111 5,5 473.045 5,4
Umbria 8.866 0,15 155.674 1,8
Marche 70.050 1,3 320.107 3,7
Lazio 15.830 0,3 189.225 2,2
Abruzzo 109.038 2,1 486.518 5,5
Molise 136.355 2,6 171.680 2,0
Campania 520.791 9,9 955.188 10,9
Puglia 50.282 1,0 332.615 3,8
Basilicata 191.433 3,6 194.260 2,2
Calabria 275.926 5,2 603.105 6,9
Sicilia 226.449 4,3 1.126.513 12,8
Totale espatri 5.257.911 100,0 8.769.749 100,0
Fonte: Rielaborazione dati Istat in Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976,Roma, Cser, 1978.

Principali paesi di emigrazione italiana 1876-1976

Francia 4.117.394 Stati Uniti 5.691.404
Svizzera 3.989.813 Argentina 2.969.402
Germania 2.452.587 Brasile 1.456.914
Belgio 535.031 Canada 650.358
Gran Bretagna 263.598 Australia 428.289
Altri 1.188.135 Venezuela 285.014
Totale 12.546.558 11.481.381

 

Aurelio Ferraguti

Numero di letture :1964

Lettera a mio figlio diciottenne

Posted by Armando Rosa On gennaio - 26 - 2011ADD COMMENTS

Desidero pubblicare sul nostro blog una lettera significativa scritta da Loretta Napoleoni, esperta di terrorismo islamico e autrice di numerosi libri. Si tratta di un testo della serie “Dieci sguardi sull’Europa“, tratto da presseurop.eu e pubblicato in Italia anche dal settimanale Internazionale. Credo che si possa definire come uno sfogo amaro ma al tempo stesso speranzoso sulla condizione che i giovani del nostro tempo si trovano a dover affrontare:

Caro Julian, il prossimo anno compirai 18 anni e lascerai la scuola superiore, emozionato e allo stesso tempo preoccupato. Per un giovane europeo il futuro deve sembrare avventuroso e insieme tetro.

Disoccupazione, montagne di debiti, profezie di un crollo monetario e difficoltà di intraprendere una carriera professionale sicura rendono l’avvenire molto incerto. Trentacinque anni fa una generazione di diplomati – quella dei tuoi genitori – si trovava di fronte un futuro simile, fosco ed eccitante. Cresciuta all’ombra del terrorismo e della minaccia di un olocausto nucleare, la nostra generazione ha dovuto fare i conti con tassi di disoccupazione e di inflazione a due cifre.

Ma abbiamo innescato la scintilla della rivoluzione sessuale e abbracciato l’anticonformismo e le idee di sinistra. Negli anni settanta siamo scesi in piazza gridando slogan contro il governo, contestando le riforme della scuola che ci sembravano arretrate ed elitarie. Abbiamo chiesto il libero accesso all’università in un continente che era sull’orlo del collasso politico, come oggi.

Poi la cortina di ferro è caduta, la Germania ha realizzato il suo sogno di riunificazione e i paesi europei hanno superato la crisi energetica. A metà degli anni ottanta le economie europee hanno ricominciato a crescere e a godere di un periodo di stabilità che prometteva di durare a lungo.

Ma alla fine quel benessere si è rivelato solo un’enorme illusione. Quasi tutti – tanto i politici quanto i banchieri – hanno abusato di quella timida ripresa, approfittando della deregulation e delocalizzando all’estero la produzione e i posti di lavoro. Nel frattempo hanno smantellato quello che restava dello stato sociale.

Da una generazione all’altra le diseguaglianze tra i redditi ci hanno fatto sprofondare in una situazione simile a quella tra le due guerre mondiali, preparando il terreno per una nuova grande depressione. Solo che questa volta ce la siamo trovata davanti alla porta di casa.

Cosa è andato storto? Il nostro desiderio di far parte di un’élite, di essere diversi, ricchi e potenti, costruttori di imperi. Un fine che ha giustificato ogni mezzo. Gli europei sono condannati a essere figli di Machiavelli, intrappolati in eterno in un ottovolante: possiamo sempre scatenare una rivoluzione francese e tagliare la testa al monarca, per poi però inginocchiarci al cospetto di un Napoleone pochi anni dopo.

Eternamente prigionieri delle nostre contraddizioni, osanniamo la democrazia ma rifuggiamo l’uguaglianza. Non ci evolviamo, falliamo. Ma nonostante tutto c’è ancora speranza.

La nuova generazione di adolescenti è la prima nata dal melting pot multiculturale dell’Unione, la prima a non essere composta solo da europei. Il multiculturalismo potrebbe davvero rivelarsi la nostra ancora di salvezza. Potrebbe liberarci dalla camicia di forza della nostra storia, scaraventando il vecchio continente in un contesto dove altre popolazioni, meno avanzate ma anche meno ciniche e più positive, giocheranno un ruolo importante nel futuro dell’Europa.

Osservando le recenti manifestazioni degli studenti a Londra ho provato una nuova speranza. Mai prima d’ora la Gran Bretagna ha visto questo genere di proteste. Forse è accaduto solo quando Margaret Thatcher ha cercato di introdurre la poll tax (una tassa uguale per tutti i residenti in Gran Bretagna), ma la motivazione all’epoca era il denaro, non l’uguaglianza.

Il sangue nuovo dei figli degli immigrati alimenta la protesta transnazionale e allo stesso tempo cementa la solidarietà tra i giovani di tutta Europa. Gli adolescenti, preoccupati del futuro ma determinati a non lasciare che la storia si ripeta, vogliono un’Europa diversa. La loro solidarietà vola sulle ali di internet, un’agorà internazionale connessa a Wikileaks, Porto Alegre e tutte le altre iniziative nate per cambiare le cose.

Vorrei essere di nuovo giovane per impegnarmi insieme a te, per condividere l’esperienza di rimodellare un continente. La mia generazione aveva sogni simili ai vostri, ma non è riuscita a realizzarli. Siamo cresciuti e ci siamo riuniti in nuove e vecchie élite. Ed è per questo che la corruzione, la diseguaglianza e la criminalità sono così forti oggi, perché una classe di incompetenti ci governa e la stampa scandalistica ci nutre con storie che non vogliamo leggere né ascoltare.

Riuscirai dove io ho fallito? Credo di sì, perché il paradigma socioculturale dell’Europa è finalmente cambiato, e le persone che ci governano oggi non rappresentano questo cambiamento. Quando la tua generazione andrà al potere, il panorama politico cambierà inevitabilmente.

Gli europei non saranno più esploratori e avventurieri che solcano mari sconosciuti per rubare tesori altrui, non scaleranno le montagne più alte per piantare i loro vessilli, non guarderanno verso est o verso ovest per decidere cosa pensare e come comportarsi a livello internazionale. Ma sapranno approfondire lo spirito multiculturale di un continente rinvigorito da nuove formule economiche, sociali e politiche. Questa è l’Europa che sogno per te, e quella di cui voglio far parte.

 

Fonte: Internazionale n. 880 (14/20 gennaio 2011)

Numero di letture :1558

La città più cara al mondo? Parigi

Posted by Sabino Parente On marzo - 23 - 20101 COMMENT

Oui, la vie est plus chère à Paris, lo dice l’Economist, che ha condotto un sondaggio il cui risultato mette in cima alla classifica proprio la ville lumière. Sfatiamo quindi un luogo comune che dice che in Lussemburgo la vita è troppo cara, perchè, dati alla mano, non appare neanche tra le prime 20 in classifica. l’indagine è stata condotta prendendo come città di riferimento New York e confrontando i costi degli appartamenti (mutuo, affitto), del cibo, dei vestiti, dei trasporti pubblici e dei servizi di pubblica utilità nel mese di dicembre, di 123 città di tutto il mondo.  Ne viene fuori quindi che il costo della vita a Parigi è piu’ caro del 30% rispetto a New York, a seguire poi Tokio, Oslo, Francoforte e Milano.

Via | The Economist

Numero di letture :1233

DEXIA : al via il piano di ristrutturazione della società.

Posted by Andrea Castaldo On marzo - 5 - 2010ADD COMMENTS

Come tutti ben sappiamo il gruppo bancario franco-belga Dexia, e le tante altre banche europee, deve la sua vita economica agli stati del Lussemburgo, Francia e Belgio che l’hanno salvata dalla crisi che ha colpito il sistema finanziario mondiale nell’ultimo anno.

Infatti fino al 2008, lo stato Lussemburghese, Francese e Belga avevano inniettato capitali  nel mondo Dexia per € 6,4 mld.

Dexia avvierà a breve scadenza, quindi, un piano di ristrutturazione negoziato con l’Unione Europea. Ciò prevede che la Banca dovrà focalizzare la sua attività sui mercati principali della Francia, del Belgio e del Lussemburgo.

dexia

Dexia si vedrà ridurre la propria attività di un terzo fino al 2014, ma questo piano di futura prossima attuazione è da considerarsi una buona notizia per la piazza del Grand Ducato in quanto i vertici del gruppo franco-belga non toccheranno la società Dexia-BIL ne tanto meno la RBC Dexia, detenute insieme tramite la RBC.

Per ottenere il faro verde di Bruxelles per gli aiuti pubblici ricevuti per far fronte alla crisi economica il Presidente Peirre Mariani spiega che Dexia dovrà vendere i sui assets detenuta attualmente in Spagna (la Sabadell), in Italia (la Crediop) ed in Slovenia oltre alla società d’assicurazione in Turchia.

Infine il gruppo bancario ha intenzione, in ogni caso, di procedere a degli investimenti durante i prossimi due anni anche senza l’accordo della Commissione Europea.

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FINANZA LUSSEMBURGHESE: in crescita le società del settore.

Posted by Andrea Castaldo On marzo - 1 - 2010ADD COMMENTS

Image of three business people working at meeting - © pressmaster - Fotolia.com

Dal 2005 ad oggi in Lussemburgo, sono nate più di 300 società specializzate nel mondo finanziario.

In particolar modo nel “Private Equity” cioé l’attività finanziaria mediante la quale un investitore istituzionale rileva quote di una società, sia acquisendo le azioni, sia apportando nuovi capitali all’interno di una società denominata – Target – e le “Venture Capital” ossia le operazioni finanziarie che consistono nell’apporto di capitale di rischio da parte di un investitore che ha lo scopo di finanziare l’avvio o la crescita di un’attività in settori ad elevato potenziale di sviluppo. Spesso lo stesso nome è dato ai fondi creati appositamente, mentre i soggetti che effettuano queste operazioni sono detti Venture Capitalist.

Per tale motivo è nata la “Luxembourg Private Equity and Venture Capital Association (LPEA)” con l’obiettivo di raggruppare tali entità giuridiche rappresentate dal loro Presidente M. Hans-Jürgen Schmitz, di Mangrove, secondo il quale i due settori dell’alta finanza lussemburghese hanno, come si suol dire, il vento in poppa e possono cosi essere il simbolo di un settore che a dispetto della crisi finanziaria che ha colpito la linea del capitale e quindi le borse, dal mondo Occidentale fino a quello Orientale, dimostrano la fiducia che si sente verso una delle prime piazze dell’alta finanza del centro europeo che vuole continuare ad essere sempre in prima linea negli sviluppi delle idee finanziarie dei manager che contribuiscono all’arrichimento della sfera capitalista lussemburghese ed internazionale.

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Kaupthing Bank: il caso dell’ex gruppo islandese continua.

Posted by Andrea Castaldo On febbraio - 26 - 20102 COMMENTS

Il 13 Luglio 2009 si riunì l’Assemblea Generale degli Azionisti della Kaupthing Bank Luxembourg con all’ordine del giorno la “liquidazione volontaria” della società, che era stata nazionalizzata causa “rischio di bancarotta” nel precedente autunno.

kaupthing_building

Ricordiamo che stando ai calcoli di quel periodo dell’agenzia Bloomberg (Agenzia di informazione finanziaria fondata nel 1981 a New York) , l’Islanda aveva accumulato un debito pari a 61 miliardi di dollari, una cifra 12 volte superiore al Pil del Paese. Nel corso degli ultimi anni, d’altra parte, le banche islandesi si erano lanciate in operazioni finanziarie sempre più ardite, che portarono il rapporto fra gli impegni e il Pil (ovvero, fra gli investimenti e la ricchezza prodotta in un anno) di 10 a 1.

Cosi l’ex filiale islandese fu ripresa dalla Blackfish Capital, società di gestione patrimoniale appartenente alla F.glia britannica dei Rowaland la quale denominò la nuova banca “Havilland Banque” ritirando il nome dell’ex Kaupthing dalla lista ufficiale delle società abilitate ad esercitate attività finanziarie nel Grand Duchè de Luxembourg e liquidando conto correnti e fornitori di servizi.

Nel frattempo Mr. Hreidar Már Sigurdsson, l’ex-patron della banca islandese, si è trasferito a Lussemburgo, secondo il web site islandese “icelandreview.com”.

Il manager ha lasciato l’Islanda per dirigere una società di gestione del risparmio, denominata Consolium, che è stata fondata proprio con altri ex componenti del gruppo Kaupthing.

La Consulium conta 5 impiegati e i soci sperano di svilupparla rapidamente anche a livello internazionale differenziando la clientela islandese. Questi ci tengono a precisare che tale società non ha alcun legame con l’attuale banca Havilland.

Oggi, secondo il Tageblett (editpress lussemburghese), dopo alcuni mesi trascorsi dalle modifiche ai vertici dell’azionariato dell’ex gruppo islandese ci sono ancora delle perquisizioni in corso nel locali di Kirchberg (ex sede sociale di Kaupthing).

Infatti si riporta che una squadra della Polizia lussemburghese stia interrogando degli ex impiegati del gruppo Kaupthing. Vasta operazione che durerà per tutta l’ultima settimana del mese di Febbraio.

Secondo il web site icenews.is, la giustizia islandese si sta interessando, con la collaborazione della polizia lussemburghese, con molta attenzione al periodo del cambio ai posti di comando dell’ex colosso islandese Kaupthing in quanto ci potrebbero essere dei rischi di frode finanziaria.

Da sottolineare che tali verifiche non implicano assolutamente l’attuale banca Havilland, che ha ripreso gli attivi ed i locali dell’ex gruppo Kaupthing Luxembourg.

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CRISI ECONOMICA : regge l’acciaio lussemburghese

Posted by Andrea Castaldo On febbraio - 24 - 20102 COMMENTS

Industrial metallurgy - © Oleg-F - Fotolia.comL’industria dell’acciaio ha conosciuto come tutte le altre industrie un drastico calo degli ordini negli ultimi mesi. Tuttavia resta sempre una delle produzioni fondamentali per il futuro, dato il basso impatto ambientale di questo materiale, la sua duttilità e affidabilità.

Proprio per questo motivo l’acciaio è sempre più usato anche nelle costruzioni dell’edilizia, dove il concetto di sostenibilità ambientale si sta facendo sempre più strada, essendo l’acciaio anche un materiale riutilizzabile un numero infinto di volte. Il loro impiego è particolarmente conveniente in progetti in cui si possono riscontrare problematiche legate all’aumento della dimensione dei componenti edilizi.

Grazie alla sua duttilità, flessibilità e sostenibilità, l’acciaio è sempre più usato non solo nell’edilizia ma anche nell’arredamento. In questo senso, sono infatti sempre più diffusi i mobili in accianio, usati sia nel campo della ristorazione che dell’arredamento di case e uffici.

arcelor_mittal

Il colosso dell’acciaio “ARCELOR MITTAL” con headquarter in Lussemburgo, é un testimone eclatante dei ribassi degli ordinativi mondiali, raggiungendo un utile netto del 2009 intorno ad € 86 ml contro € 6,8 mld del 2008.

La differenza é impressionante, a conferma che il 2009 si é dimostrato l’anno più difficile della storia del mercato dell’acciaio, sottolinea Michel Wurth, membro della Direzione generale del gruppo AM.

La società lussemburghese aveva, nel 2008, lanciato un piano di riduzione dei costi del personale (34.000 impiegati in meno) che ha permesso di non perdere liquidità a fronte del calo delle vendite del 2009. Il gruppo oggi ha 282.000 “uomini” in tutto il mondo.

Anche il Lussemburgo non é stato graziato, il personale é passato da 6.606 a fine 2008 a 6.172 a fine 2009, circa 436 posti in meno con un riduzione delle cifre d’affari deal 43% in un solo anno.

Il Grande-Ducato si puo’ ritenere fortunato rispetto al resto del mondo perché le fabbriche locali sono state toccate in maniera non importante.

In europa la domanda di acciaio in ogni caso, secondo le previsioni interne, non ritornerà ai numeri del 2008 prima dei prossimi 4 anni economici.

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