Italia

Cisco Systems: offerta per Skype

Posted by Andrea Castaldo On settembre - 1 - 2010ADD COMMENTS

 

Cisco Systems alla conquista di Skype: sembra che il colosso delle apparecchiature di rete abbia presentato un’offerta per aggiudicarsi Skype e la sua intenzione é di farlo prima che la compagnia di telefonia via internet (VoIP) venga quotata in Borsa.

E’ il sito specializzato Techcrunch a diffondere l’indiscrezione dopo averla acquisita da una fonte ‘molto attendibile’. Secondo il sito americano, l’offerta del colosso delle soluzioni di rete si aggirerebbe intorno ai 5 miliardi di dollari.

Skype ha avviato ad agosto la procedura presso la SEC (Securities Exchange Commission) per promuovere un’offerta pubblica iniziale e riuscendo ad anticipare la quotazione in Borsa, Cisco riuscirebbe ad avere una maggiore riservatezza in più sull’operazione oltre ad un forte sconto.

All’acquisto di Cisco era interessato anche Google che poi ha abbandonato l’idea per paura di cadere sotto la lente di ingrandimento dell’Antitrust. Ma il colosso di Mountain View non ha però abbandonato il progetto VoIP e ha recentemente lanciato un proprio servizio di telefonate via internet, al momento attivo soltanto negli Stati Uniti, che permette di effettuare chiamate attraverso la chat della posta elettronica di Gmail.

Google ha, infatti, annunciato l’ampliamento dei servizi Voice e Gmail per permettere ai propri utenti di effettuare telefonate anche verso i telefoni fissi e mobili. Per effettuare questo tipo telefonate basterà cliccare sul tasto call phone e digitare il numero di telefono o il nome del contatto in rubrica. Poi, usando la finestra della chat, in basso a sinistra nella pagina della posta, dove ora ci sono l’instant messaging e le conferenze audiovisive si potrà parlare gratuitamente.

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Ecco un bellissimo articolo pubblicato oggi sul Sole 24 Ore, scritto dall’italiano Franco La Cecla, sugli italiani all’estero. Vi consiglio di leggerlo tutto…

Quella che mi sembrava una scelta individuale era già invece la scelta di migliaia di architetti, esperti di comunicazione, curators d’arte, videoartisti, fotografi, psicologi, antropologi, registi, artisti, musicisti, danzatori e danzatrici. Il mio amico Emiliano Armani, piacentino, stava da quindici anni a Barcellona. Vi era andato a cercare una formazione in Italia impossibile, quella nello studio del grande Miralles che ti prendeva in stage, ma ti pagava anche. Incredibile per un giovane architetto che era abituato ad essere sfruttato dagli studi milanesi o a volte dover pagare per lavorare in un’agenzia di una grande firma. Emiliano sta ancora a Barcellona, la situazione è cambiata, un po’ più difficile, oggi con la crisi, ma non ha la più vaga intenzione di tornare in Lombardia.

È lui però a dirmi che in realtà ha scoperto di essere italiano proprio a Barcellona. Perché, dice, gli italiani in Italia sono individualisti e non fanno quasi mai gioco di squadra, è solo all’estero che scoprono di avere qualcosa di particolare che li distingue dagli altri, un’italianità che gli “altri”, gli “stranieri” riconoscono subito e che è considerata una qualità e non solo un tic nervoso. E ribadisce che Barcellona per lui è una città italiana, nel senso che lui ci si muove pensando di restare italiano, di non perdere i contatti con l’Italia. Ma è da Barcellona che può agire con una libertà e una creatività che in patria sarebbe solo punita come impertinenza giovanile e incapacità di rispettare faccendieri, speculatori, malavitosi e politici ignoranti.

Michele Ferrà è un siciliano che si è trasferito a Berlino per impiantare una casa di produzione di video e film. Berlino gli dà la tranquillità, l’efficienza, la convenienza – qui la vita costa quattro volte meno che in Italia – e una rete mondiale di contatti. Michele rimane siculo e palermitano fino in fondo, ma non tornerebbe mai a Palermo, città a cui non perdona il carattere nero, spaventosamente squallido e corrotto, la voragine della connivenza mafiosa e l’incapacità di sperare e di fare. Eppure lui non diventerà berlinese, né americano – paese in cui va spesso – né thailandese, paese in cui gira i suoi film.

Matteo Pasquinelli è un ricercatore nel campo dei mass-media e dei cultural studies. Ha fondato Rekombinant, è una delle persone più informate e preparate sul mondo del web, della trasformazione post-globale, delle mutazioni del neo-capitalismo. Pensate che gli abbiano mai offerto nulla in Italia? Pensate che l’Università di Bologna gli abbia spalancato le porte dei laboratori? Ma nemmeno per sogno. Allora sono dieci anni che vive sostenuto da istituzioni britanniche, olandesi, tedesche e che continua a inventare analisi della situazione reale, a scrivere sulle riviste specializzate, ad aprire siti. Lui non diventerà olandese, né tedesco perché è indelebilmente uno spinozista romagnolo, epicureo riminese, nelle sue valigie stipa, a ogni ritorno, farina di castagne dell’Appennino e sangiovese.

Quando andiamo a spasso in una delle sue città europee alla ricerca di un ristorante che non ci faccia troppo sentire la nostalgia a me della caponata e a lui della piadina, ho l’impressione che qualcosa di differente sta accadendo a una parte d’Italia. Queste persone e molte, moltissime altre sono l’Europa, senza bisogno di troppi discorsi e teorie, e hanno capito qualcosa che i teorici dell’Europa non hanno mai capito: che l’euro e l’Europa sono la possibilità di restare italiani, greci, spagnoli, francesi senza essere umiliati dalle stupide politiche nazionali dei rispettivi paesi. Essere europei significa mantenere una propria identità senza doverla confondere con un’appartenenza a una classe dirigente che in patria blocca i processi d’apertura e trasformazione.

Ovviamente questo è il quadro positivo, profondamente innovatore di questa compagine di nuovi europei, sono quello che George Steiner chiama “luftmenschafte”, uomini dai piedi leggeri, una definizione sprezzante con cui i nazisti appellavano gli ebrei e tutti i cosmopoliti. La parte tragica sta nel fatto che questo è il risultato di un’espulsione: per l’Italia si tratta della liquidazione di una potenziale classe dirigente di professionisti, pensatori, ricercatori, imprenditori. E questa è davvero una tragedia: ognuno dei miei amici italiani in Europa condivide amari ricordi di strade bloccate, di rifiuti, di offerte di lavoro ricattatorie, di posti universitari in cambio di una beota fedeltà alla noia accademica.

Allora stare in Europa è diventata anzitutto una forma di cura, un dirsi: ma no, ma no, il mondo non può essere così meschino, c’è merito, speranza, possibilità di trovare persone con cui costruire assonanze e con cui inventare, sperimentare, creare senza il peso di coloro che hanno sempre fatto sì che il mondo dovesse sembrare solo un circolo chiuso e vizioso.

C’è una nuova classe, apparentemente invisibile, che si sta formando da circa vent’anni, una classe che non fa parte della borghesia italiana, che non rientra nell’esercito di precari, né in quello dei raccomandati per famiglia, politica, censo e appartenenza. È una strana compagine di quarantenni, trentenni, ventenni che ha abbandonato l’Italia appena finiti gli studi, o addirittura durante gli studi, fulminata sulla via dell’Erasmus dalla scoperta che la vita all’estero, in Europa, poteva essere tre volte più interessante, facile, appassionante che in Italia. Non si tratta di emigrati nel vero senso della parola e nemmeno di una fuga di cervelli, ma di italiani, ragazzi e ragazze, uomini e donne che stanno all’estero in Europa «come se fossero in Italia».

Hanno scoperto che le complicazioni burocratiche, il clima fatiscente e ricattatorio dell’università italiana, lo strangolamento delle potenzialità giovanili è una malattia solo italiana e semplicemente, rapidamente si sono messi in salvo con un’ora di aereo, chi a Barcellona, chi a Berlino, chi a Parigi, chi ad Amsterdam e altri in Polonia, Portogallo, a Londra, e perfino a Riga e Vilnius.

Io che sono più anziano di loro, ho scoperto a un certo punto che era stupido vivere in una città cara e inefficiente come Milano e che Parigi offriva molto di più con un costo della vita molto inferiore e un’apertura al mondo impossibile a Milano. Quando mi chiedevano dieci anni fa perché stessi a Parigi rispondevo: «È l’unica città italiana che funziona». E non era una battuta, davvero per me Parigi era quello che l’Italia poteva essere se non fosse stata governata negli ultimi cinquant’anni da una classe dirigente che faceva e fa di tutto per restare indietro rispetto all’Europa e al mondo.

La mia era una protesta contro le regole ridicole di una società, quella italiana, che umiliava il merito e ignorava la globalizzazione con un disprezzo verso la cultura, gli intellettuali, i ricercatori. Ricordo ancora l’incredibile piacere di essere chiamato da agenzie sconosciute, da datori di lavoro mai visti, da centri di ricerca i cui direttori non mi avevano mai invitato a cena, ma avevano letto le mie ricerche. Che felicità essere giudicato dal proprio fare e non dalla propria rete di compiacenti alleati!

di Franco La Cecla

fonte :  Il Sole 24 Ore

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Riuscire  a fare sorridere il pubblico quando si recita un copione non è mai scontato. Rappresentare scene della vita reale su un palco di teatro è mestiere di grandi artisti, spesso nati con l’arte nel sangue. Ma accostarsi al teatro come hobby e divertimento, come una scoperta che coinvolge ogni giorno di piu’ è forse qualcosa di ancor piu’ significativo e appagante.

Divertimento, come viene inteso il teatro da parte di Luisa, Andrea, Gennaro, Alessandro, Imma, Claudio, Rossana, Alessio e tutti i protagonisti della commedia “Ditegli sempre di sí”, andata in scena al Theatre des Capucins di Lussemburgo il 12 e 13 giugno 2010. Anche gli spettatori saranno usciti dal teatro con un certo senso di soddisfazione. Un compiacimento che nasce dalla consapevolezza di assistere all’esibizione di un gruppo di giovani appassionati all’arte teatrale, quasi tutti alla prima esperienza di recitazione, e dal constatare come la tradizione del teatro napoletano di De Filippo riesca sempre ad attingere ad un serbatoio inesauribile di giovani pronti a rappresentarlo in scena.

Grazie alla puntuale guida registica della signora Luisa Maffioli Spagnolli ed alla precedente esperienza teatrale di alcuni dei suoi protagonisti, la commedia si lascia seguire in modo estremamente piacevole e il suo ritmo consente di apprezzare appieno le particolarità di ogni singolo personaggio, cosi’ come l’umorismo farsesco del “teatro di Eduardo”. La pazzia camuffata di Michele Murri, la sfacciatagine dell’amico Luigi Strada, la ripetitività degli equivoci linguistici tra i personaggi della commedia sono tutti aspetti salienti del modo di intendere il teatro da parte di Eduardo. In questa opera c’è spazio per ridere, applaudire e incuriosirsi, e magari anche per notare le attitudini piu’ o meno spiccate di ciascun protagonista verso la recitazione.

E’ davvero apprezzabile il fatto che i componenti del “Gruppo Amici del Teatro”, ognuno con il proprio lavoro e la propria vita quotidiana in Lussemburgo,  abbiano la costanza e l’entusiasmo per ripetere un copione giorno dopo giorno, modificare questa o quella battuta, limare un’espressione facciale magari un po’ fuori luogo, sulla spinta dell’entusiasmo, della pura curiosità e del piacere di stare insieme.

Si tratta di iniziative che vanno lodate e incoraggiate sempre, capaci di dare vita alla scoperta di una nuova passione, di un interesse genuino verso una forma d’arte preziosa come quella teatrale, e perchè no, magari anche di un nuovo Eduardo De Filippo. Non bisogna dimenticare l’apporto significativo che un’iniziativa di tal genere riesce a conferire sull’intero movimento culturale italiano in Lussemburgo, sempre assetato di nuovi protagonisti ed eventi.

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LUXEMBOURG, THEATRE DES CAPUCINS presenta : IL TEATRO di EDUARDO.

Posted by Andrea Castaldo On maggio - 24 - 20104 COMMENTS

Cari Italiani, é con estremo piacere che vi informo dell’esordio annuale previsto per il 12 (20h00) e 13 (17h00) Giugno al Theatre des Capucins de Luxembourg , del G.A.T. acronimo di “Gruppo Amici del Teatro” sezione del Circolo Culturale delle Istituzioni Europee, che presenta una delle commedie più simpatiche e controverse scritte dall’illustrissimo padre della scena teatrale nel mondo, ossia Eduardo De Filippo, dal titolo DITEGLI SEMPRE DI SI”.

Commedia in due atti, presentata per la prima volta in Italia, nel 1927, dalla compagnia di Vincenzo Scarpetta (Eduardo De Filippo era figlio illeggitimo di Eduardo Scarpetta padre naturale di Vincenzo), che portò in giro la commedia per Roma (1932), Milano (1933),Venezia (1982), fino ad arrivare nel 1997 a Los Angeles per via di Luca De Filippo (figlio di Eduardo).   

TRAMA: Ditegli sempe di si é una commedia incentrata sugli equivoci provocati da Michele Murri, un pazzo creduto sano. Dimesso dal manicomio ma ancora afflitto da un persistente disturbo che lo porta a non intendere il senso metaforico del linguaggio e a prendere tutto alla lettera. Michele diventa la vittima predestinata di Luigi Strada, un sedicente poeta/attore che non perde occasione per esibire le proprie virtù declamatorie.Dopo un pranzo funesto di poesie cimiteriali e corone mortuarie e ogni genere di incidenti, la follia di Michele si riaccende e diventa persecutoria.

Il tema della pazzia offre il destro ad Eduardo per interrogarsi sul senso delle parole e sul loro rapporto con la realtà.

Infatti, Eduardo presentò la commedia scarna di filosofia ma piena di vita vera senza tesi o studi ma semplicemente per far vedere come vive e cosa pensa un “matto”. 

Le opere teatrali di Eduardo sono ormai dal 1983 fonte di ispirazione del G.A.T. qui in Lussemburgo, che mette in scena, in maniera amatoriale, le commedie napoletane sinonimo, anche, della vita quotidiana della città di Napoli definita dallo stesso artista … “un teatro a cielo aperto”.     

Per uno storico informativo, le opere allestite dal G.A.T. fino ad oggi sono: “Indovina che cos’è ? È Napoli !” (1983) – “Natale in Casa Cupiello” (1984) – “Non è vero ma ci credo” – “Miseria bella” (1985) – “Filumena Marturano” (1986-1987) – “Trenta secondi d’Amore” (1989) – “Uomo e Galantuomo” (1990) – “Stando così le cose” (1992) – “Questi Fantasmi” (1993) – “Sindaco del Rione Sanità (1994) – “Napoli milionaria” (1996) – “Voci di dentro” (1997) – “Uomo e Galantuomo” (2006), Non ti pago (2008).

Gli attori del G.A.T. cercano di trasmettere, al pubblico voglioso di vivere l’emozione del teatro italiano anche qui in Lussemburgo, quella “verve” che solo attraverso questo tipo di commedia é possibile identificare a livello teatrale.

Ovviamente teatro significa impegno, tempo da dedicare ed infatti Eduardo diceva ...”Quando sono in palcoscenico a provare, quando ero in palcoscenico a recitare … é stata tutta una vita di sacrifici e di gelo. Cosi fà il teatro … cosi ho fatto ioe cosi fanno gli Amici del Teatro che nonostante i propri impegni lavorativi si riuniscono due, tre o più volte alla settimana fino a tarda sera, per provare, provare e riprovare ancora le battute che alla fine nel loro insieme formano la commedia cercando di percorrere al meglio ciò che il grande Eduardo ci ha lasciato … “la semplicità di fare teatro”.

Qui di seguito troverete la lista dei componenti del G.A.T. 2010 - in ordine alfabetico.

 Attori:

Buson Giulia – Casale Gennaro – Castaldo Andrea – Di Carlo Christian - Di Marco Immacolata - Dragone Alessio -Kupiainen Sari – Malgarini Cristiana - Micillo Roberta – Morandotti Andrea -Paduano Alessandro -Pollio Rossana – Proto Alessia – Ragusi Claudio - Ragusi Lavinia Guenet -Scagnetti Andrea.  

   

  

         

                                              

  

   

 

                             

  

   

   Regia: Luisa Maffioli Spagnolli.

  

Collaboratori:

De Franceschi Luca (grafica) – De Franceschi Silvia (suggeristrice) - Di Salvatore Elisabetta (trucco) -Forlenza Felice (luci e suoni) – Peluso Maria Lucia (coordinamento).

E con l’aiuto di Alfonso Esposito.

Beh? Allora cosa aspettate? … Vi aspettiamo numerosi !!!

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LIBRI: George Orwell 1984

Posted by Andrea Castaldo On aprile - 30 - 2010ADD COMMENTS

 

Eric Arthur Blair vero nome di George Orwell nasce il 25 Giugno 1903 a Motihari, nel Bengala.

Fu autore di molte opere ispirate dalla la sua esperienza esistenziale e letteraria che contraddistingue i suoi scritti.

Indiscusso successo tra i suoi capolavori é 1984, libro scritto dall’autore nel 1948 (il titolo è ottenuto invertendo le ultime due cifre del primo anno della stesura) ed ispirato dalle spettrali inquietudini che le due guerre mondiali e l’olocausto atomico avevano evocato.

Lo scrittore mette in risalto le sue grandi paure dell’epoca che viveva sulla propria pelle: il totalitarismo; la falsificazione; la perdita della memoria storica indotta dai mezzi d’informazione; la corruzione del linguaggio; l’annullamento della identità individuale. Questi concetti Orwell li unisce in una potente ed indiretta descrizione di una società del futuro contro cui combatte, ancora una volta, l’ultimo eroe.

Infatti, il libro divide il mondo in tre enormi “Superstati” in continua guerra fra loro: Oceania, Eurasia ed Estasia.

Tutto parte dall’Oceania, con Londra capitale, la cui società é governata dai principi del “Socing” ossia del socialismo inglese, dal “Big Brother” che con le sue telecamere riesce a spiare in ogni dove e ad intervenire al primo sospetto.Tutto é permesso perché apparentemente nulla é proibito.Tranne pensare, se non secondo i dettami del socing, tranne vivere se non secondo usi e costumi imposti dal ”Big Brother” che nessuno ha mai visto né sentito, tranne amare, se non con l’unico fine di riprodursi.

In ogni angolo, in ogni casa, in ogni locale, ovunque insomma solo slogan politici da lui (B.B.) ideati: “La guerra é pace”, “La libertà é schiavitù”, L’ignoranze é forza”.

Dal loro rifugio il protagonista del romanzo Winston Smith (membro subalterno del partito socialista inglese), é l’ultimo uomo in Europa e con la compagna Julia, lottano in maniera disperata per conservare un “granello di umanità”.

GeoreOrwell.jpg

George Orwell - muore a Londra nel 1950.

N.B.: Il famoso G.F. – Grande Fratello - trasmissione televisiva italiana, e non solo, trova ispirazione nel 2000 proprio dal libro appena illustrato.I critici del settore, hanno dichiarato questo accostamento un vero e proprio “sacrilegio d’autore”.   

A.C.

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La mia Italia: L’italia di Roberto Saviano

Posted by filippo baglini On aprile - 26 - 20103 COMMENTS

Stando all’estero sull’Italia se ne sentono di cotte e di crude. Ricordo ancora i primi incontri con alcuni inglesi che mi etichettavano come l’italiano, spaghetti, pizza, mafia e mandolino.

Ora, sugli spaghetti ci potevo sorridere sopra, prendevo questo appellativo come una forma di invidia culinaria inglese, perchè per loro gli spaghetti sono solo qualcosa di fine e lungo da massacrare più che gustare. Sul fatto del mandolino, anche in questo caso chiudevo un occhio e stavo al gioco , in fondo essere un popolo di allegri e canterini che male c’è, e poi il mandolino è una forma di cultura popolare che nulla a da invidiare alla musica popolare inglese semmai c’e’ ne sia mai  stata una. Sulla pizza, più che sorridere per cortesia ho sempre riso per prendere in giro chi mi apostrofava con quel titolo, visto che in alcuni posti a Londra distruggono la pizza marcherita mettendoci pezzi di ananas sopra.

Ma quando mi puntavano il dito e mi etichettavano come venuto dalla terra della mafia e quindi, un pericolo, o come uno dei tanti che sapeva raggirare le cose a modo italiano, allora le cose erano diverse. Non c’era proprio nulla da ridere ma da approfondire, anzi da insegnarli qualcosa. Insegnarli per esempio che l’Italia non è la  mafia. Che gli italiani non sono tutti mafiosi o cammorristi, o stanno  solo a suonare il mandolino davanti a un piatto di spaghetti. Ma l’Italia è un popolo di coraggiosi, di gente che per debellare la mafia rischia la propria vita. Che l’Italia non è l’Italia dei mafiosi ma di Falcone e Borsellino, è l’Italia di Roberto Saviano di persone che lottano con i propri mezzi per far capire che c’e una grande Italia, la più vera, la migliore, che lotta contro una sistema che tente a distruggere, che tende a seppellire, il vero sano essere italiano.

Questa è l’Italia vera, quella che non si arrende davanti a una politica zoppa, sorda, e parolaia, ma scende per le strade o sale sui tetti per gridare il proprio malessere. L’Italia che non si fa assordardare solo da una o due esplosioni, ma che dai pezzi degli uomini morti continua la sua lotta. Trova la forza nelle parole di un giovane Saviano che per  portare un problema alla luce di tutti e sottrarlo ai pochi, si è negato la sua liberta’ in nome di una più grande libertà quella del futuro di tutti noi. Certo, la mafia, la cammorra, ci sono in Italia, sono il cancro che vorrebbero distruggerla, sono la rete sottile e forte di un sistema  di potere che imprigiona la liberta del tutto, ma non è tutta l’Italia, non è la vera Italia. Bisogna parlare di mafia, ma non per denigrarla chi la ospita, ma perchè parlandone si rompe gia’ un muro, si spacca qualcosa di importante. Come dice lo stesso Saviano, se non se ne parla si fa solo il loro gioco, ma dal momento in cui se ne parla, si fa capire che esiste un problema, ma che esiste anche una cura, allora la mafia non è più una cosa loro, ma diventa una cosa notra, nostra intesa di tutti gli italiani.  Cosi facendo, come sostiene Saviano, le organizzazioni iniziano ad indebolirsi, non ad avere paura, ma a capire che esiste un’Italia forte, corruttibile solo in piccola scala, perchè la maggioranza è pulita inccorruttibile. Quando penso all’Italia, penso che si debba smettere di dire sempre che è una nazione oramai allo sbando, che gli italiani scappano dalla propria terra perchè non ne puo’ più. Se ne vanno semplicemente per trovare maggior respiro, per essere ascoltati, ma non per paura. Gli italiani che si trovano all’estero non si sono affato dimenticati, ne dell’Italia, ne degli italiani, semmai contribuiscono fortemente a mantenere il meglio dell’Italia all’estero. I problemi che abbiamo in casa nostra inutile ripeterli, sappiamo tutti quali sono, come i problemi che ci sono in tutti i paesi, dove pero’ ci sono piu’ possibilita’ di scelta e di crescita, ma  etichettarci come il paese della mafia, mi sembra molto riduttivo e poco intelligente. Ormai direi siamo il paese che lotta contro la mafia e la cammora, il paese che a imparato a dire anche di no!.

Che si oppone a qualunque forma di soffocamento di libertà e demograzia, che non li usa più come ideali, ma li interpreta  andando alla radice e cogliedone l’essenza. Un paese che è stanco, molto stanco, ma sa che la lotta contro certe omertà vale di piu’ del riposo piu’ profondo sempre e comunque. Gli italiani, quelli sani, quelli veri, la maggioranza per intendersi, sia in Italia che all’estero, da anni ormai si sono stretti tutti intorno al proplema delle cosche mafiose, uniti tutti contro quel male invisibile e corruttivo, ma che da un po’ di tempo ha trovato, come si dice, pane per i sui denti. L’Italia oggi è un paese che lentamente, ma costantemente si riaproprierà di tutte le proprie cose, bisogna lavorare molto, ma anche in questo gli italiani sono eroi, non si lasciano abbattere, accusano il colpo, e si rialzano, convinti che non è importante cadere ma l’importante è avere la forza di rialzarsi, e di forza ancora gli italiani ovunque essi siano ne hanno tanta. Dora in poi a chi mi dice Italiano spaghetti, pizza e mandolino, dico:<< no scusa ti sei dimenticano la cosa più bella, l’Italia di Saviano>>.

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