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L’evasione fiscale: una piaga italiana

Posted by Aurelio Ferraguti On dicembre - 14 - 2011ADD COMMENTS

Non si fa che parlare, e non certo da oggi, di lotta all’evasione fiscale, un peso troppo grande da sopportare per le casse di uno Stato, quello italiano che ha un debito sovrano di quasi  duemila miliardi di euro e che paga interessi enormi sui propri titoli.

Nel 2011 l’imponibile evaso in Italia è cresciuto del 13,1% con punte record nel nord dove ha raggiunto l’ 14,2%. In termini di imposte sottratte all’erario siamo nell’ordine del 51,1% pari a 180,3 miliardi di euro l’anno. La stima è stata effettuata da KRLS Network of Business Ethics per conto dell’Associazione Contribuenti Italiani.

Questi dati sfatano un mito, tanto caro a Bossi e alla Lega nord, cioé che il Nord sia più virtuoso, in tema di imposte pagate, rispetto al sud.

Ma non è questo il problema.

Secondo questo interessante studio  le aree di evasione fiscale vengono classificate in cinque settori: l’economia sommersa, l’economia criminale, l’evasione delle società di capitali, l’evasione delle  Big Companye quella dei lavoratori autonomi e piccole imprese.

La prima riguarda l’economia sommersa. L’esercito di lavoratori in nero aumenta sempre di più è composto da circa 3 milioni di persone, molti dei quali cinesi o extracomunitari. In tale categoria sono stati ricompresi anche 850.000 sono lavoratori dipendenti che fanno il secondo o il terzo lavoro. Si stima un’evasione d’imposta pari a 34,3 MLD di euro.

La seconda è l’economia criminale realizzata dalle grandi organizzazioni mafiose italiane e straniere ( la mafia russa e cinese ad esempio) che, nel nord Italia è cresciuta nel 2011 del 18,7%. Si stima che il giro di affari non “contabilizzati” produca un’evasione d’imposta pari a 78,2 MLD di euro l’anno.

La terza area è quella composta dalle società di capitali, escluso le grandi imprese. Dall’incrocio dei dati è emerso che l’ 78% circa delle società di capitali italiane dichiara redditi negativi o meno di 10 mila euro o non versa le imposte. Molte di queste chiudono nel giro di 5 anni per evitare accertamenti fiscali o utilizzano “teste di legno” tra i soci o amministratori. In pratica su un totale di circa 800.000 società di capitali operative, l’ 81% non versa le imposte dovute. Si stima un’evasione fiscale attorno ai 22,4 MLD di euro l’anno.

La quarta area è quella composta delle big company. Una su tre ha chiuso il bilancio in perdita e non pagando le tasse. Inoltre il 94 % delle big company abusano del “transfer pricing” per spostare costi e ricavi tra le società del gruppo trasferendo fittiziamente la tassazione nei paesi dove di fatto non vi sono controlli fiscali sottraendo al fisco italiano 37,2 MLD di euro all’anno. Nel 2011, le 100 maggiori compagnie del paese hanno ridotto del 14% le imposte dovute all’erario.

Infine vi è la evasione da parte dei lavoratori autonomi e   delle piccole imprese. Si tratta soprattutto di artigiani, professionisti e commercianti, dovuta alla mancata emissione di scontrini, di ricevute e di fatture fiscali che sottrae all’erario circa 8,2 miliardi di euro l’anno.

Sempre secondo lo studio della KRLS In testa nel 2011, tra le regioni, dove sono aumentati numericamente gli evasori fiscali, risulta:
la Lombardia, con +15,3%.
Secondo e terzo posto spettano rispettivamente
al Veneto con + 14,9% e l
l a Valle d’Aosta con +13,6%.
A seguire
la Liguria con +13,5%,
il Piemonte con 13,4%,
il Trentino con 13,1%,
il Lazio con +12,9%,
l’Emilia Romagna con +12,8%,
la Toscana con +12,6%, l
e Marche con +11,3%,
la Puglia con +10,6%,
alla Campania +8,0 %,
la Sicilia con +7,6%
e l’Umbria con +7,1%.

La Lombardia, anche in valore assoluto, ha fatto registrare il maggior aumento dell’evasione fiscale. In percentuale, il dato lombardo aumenta, nel 2010, di circa il 15,9%.

In Italia i principali evasori sono:
gli industriali (33,2%) seguiti
da bancari e assicurativi (30,7%),
commercianti (11,8%),
artigiani (9,4%),
professionisti (7,5%) e
lavoratori dipendenti (7,4%).

A livello territoriale l’evasione è diffusa soprattutto
nel Nord Ovest (31,4% del totale nazionale), seguito
dal Nord Est (27,1%).
dal Centro (22,2%) e
Sud (19,3%).

I dati sono estremamente significativi e assolutamente preoccupanti.
A questo punto viene da chiedersi, come mai i governi che si sono succeduti (destra e sinistra non fa differenza) non sono riusciti a porre fine a questo scandaloso fenomeno?

Eppure in Italia c’era una legge severissima la cd “manette agli evasori” che il ministro Visco volle ridimensionare escludendo dalla disciplina una parte di illeciti commessi in materia fiscale.

Ora il nuovo governo Monti ha previsto, per chi dichiara il falso al fisco una sanzione penale (ma la sanzione lieve che comporta, nel caso un decreto penale di condanna ad una multa, non certo il carcere), ma , a mio modo di vedere è ancora una norma insufficiente.
E allora vediamo di rispondere alla domanda, come mai non si è fatta una vera, e sottolineo vera, lotta in grande stile ad un fenomeno che sottrae quasi 200 miliardi di euro l’anno all’erario?

La risposta sta nei dati: gli italiani sono un popolo di evasori, non si tratta di casi isolati o di grandi evasori o evasori totali che la GdF con grande professionalità e zelo ogni anno riesce, bene o male, a scovare.

Quindi “politicamente” la lotta agi evasori non paga. Troppi sono i cittadini interessati, troppi anche gli interessi politici. E non dimentichiamo che  l’economia sommersa è un enorme fonte di liquidità e che quindi favorendo i consumi agisce, in parte, come volano economico. Ecco perchè, al di la di discorsi di buona volontà il problema non è stato, non dico risolto, ma nemmeno preso troppo sul seri dai vari governi che si sono succeduti alla guida del Paese.

Agevolati da una legislazione troppo confusa e contraddittoria in materia economica e fiscale, da norme che sono di talmente difficile interpretazione che permetto ai “furbi” di aggirarle senza problemi.

E qui sta la seconda considerazione: la mentalità di molti italiani secondo cui chi evade il fisco  sia un “furbo” e non un criminale.
Guardiamo i dati che ci dicono che sono moltissimi i lavoratori dipendenti che fanno un secondo lavoro “in nero” e che quindi sottraggono soldi, ma questa attività, nell’opinione generale, non viene considerata veramente una evasione fiscale.
Oppure vediamo lavoratori autonomi che dichiarano redditi da fame, o titolari di imprese che sono in perdita, viaggiare in lussuose fuoristrada o passare vacanze da sogno ai caraibi.

Tutto cio’ deve finire, ma come?

Poche cose servirebbero per evitare o limitare il fenomeno.

Innanzitutto una vera tracciabilità dei pagamenti (l’obbligo di pagamenti elettronici o assegni per importi superiori a  mille euro previsto dal decreto Monti è sicuramente un primo passo, ma ancora insufficiente, perchè facilmente aggirabile), la deducibilità fiscale delle spese e dei pagamenti verso imprese, commercianti e professionisti (obbligati quindi a rilasciare fattura o ricevuta che sarebbe il solo documento per la deducibilità) Istituzione di un registro dei beni di lusso (auto, gioielli, barche, ecc, che non potrebbero più essere intestati a società); controlli serrati sui patrimoni e richiesta di giustificazione della fonte di acquisti di beni di lusso (compresi i soggiorni in alberghi, ecc); accordi con i Paesi che fino ad oggi hanno concesso copertura bancaria ai depositi di clienti italiani (il che non deve significare che non si possa avere un conto in una banca Svizzera, ad esempio, ma che debba essere giustificato da un reddito dimostrabile); previsione del carcere per chi evade il fisco (almeno in maniera rilevante) una norma che negli Stati Uniti è applicata e che certo costituisce un vero deterrente.

Queste sono solo delle modeste proposte, sia ben chiaro, non esauriscono le possibili iniziative per una reale lotta al sommerso, ma certo potrebbero essere un primo passo per ridurre il terribile fenomeno. Certo poi resterebbe da fare la cosa più importante. Una vera educazione alla fiscalità che dovrebbe partire anche dalle scuole, perchè i cittadini di domani finalmente comprendano che chi non adempie al proprio dovere contributivo, ma che anzi si fa vanto di esser un”furbo” perchè non paga le tasse, debba essere considerato un “criminale” e un profittatore.

Aurelio Ferraguti

Numero di letture :318

Ma cos’è questa crisi…

Posted by Aurelio Ferraguti On ottobre - 5 - 2011ADD COMMENTS

crisis - © olly - Fotolia.comCi sono momenti nei quali francamente ogni commento puo’ sembrare scontato, quello che viviamo oggi a livello mondiale in seguito alla cd « crisi » finanziaria è sicuramente un tale momento.

Con la parola crisi infatti oggi si tenta di fare passare ogni cosa. La disoccupazione è altissima, ma si sa c’é la crisi, i prezzi aumentano vorticosamente, colpa della crisi, non si fanno le riforme necessarie, ma si « mira a campare » con manovre economiche durissime, certo per fronteggiare la crisi.

E’ chiaro che con questo termine si cerca di giustificare ogni cosa, ma soprattutto la incapacità del mondo occidentale, del nostro mondo, a leggere e capire come la storia si stia evolvendo.

La parola « crisi » deriva dal greco (κρίσις, scelta) ed ha come significato riportato dai vocabolari cambiamento traumatico stressante individuale oppure situazione sociale instabile e pericolosa. Ma in entrambi i casi si tratta di un fenomeno temporaneo.

Non sono un economista e non pretendo certo in questa sede di confrontarmi con illustri esperti del settore sulle cause che hanno detrminato tale crisi, quello che invece voglio sostenere che non possa ormai, dopo oltredue anni da quanto il fenomeno prese origine negli Stati Uniti, si possa ancora parlare di fenomeno temporaneo, bensi si debba considerare questa una situazione deficitaria ormai consolidata nel mondo occidentale. Quindi parole come « stiamo uscendo dalla crisi » o « la crisi ormai è alle spalle » tanto care ai politici di tutto il mondo (in particolare anche la nostro premier) non sono non corrispondono al vero, ma anzi non possono avere alcun fondamento neppure in prospettiva stante la considerazione che di temporano questa « crisi » non ha proprio nulla. E’ invece proprio il nostro sistema capitalistico- liberista che è stato messo in difficoltà (non usero’ più il termine crisi) in quanto incapace di reggere le spinte che sono venute dai nuovi soggetti economici mondiali, ma anche, e soprattutto di garantire condizioni di vita accettabili ai propri cittadini.

Il sistema non è stato in grado, ed a mio avviso, non lo sarà mai più di trovare delle soluzioni effettive per fronteggire tutte le incongruenze politiche, finanziarie e sociali.

Non a caso in questi ultimi anni le condizioni di vita degli uomini e delle donne di questo « mondo occidentale » hanno via via trovato sempre più difficoltà nella loro vita quotidiana. I Governi peraltro sono stati capaci di proporre solo drastiche cure finanziarie per ridurre il cosidetto impatto della crisi sui mercati, ma nessuno si è reso conto, o ha voluto rendersi conto, che è proprio questo tipo di economia basata sui mercati operanti in un regime sostinzialemente liberista il vero problema politico e sociale. Prendiamo come esempio il governo italiano. Per controbattere la sfiducia dei mercati (mannaggia…sempre loro) nei confronti della nostra economia, ha pensato di fare due, tre o forse non si sa quante altre manovre chiamate economiche (io preferirei definirle finanziarie) senza alcun intervento in tema strutturale di riforme e di incentivi per la crescita (potere di acquisto per i cittadini, riduzione del carico fiscale, anche per le aziende, ecc.). In tal modo non si fronteggia che il contingente, e pure male, visto l’impatto che le decisioni in tema finanziario hanno avuto sui « soliti » mercati. Occorre invece una riflessione per comprendere che la storia (anche economica) sta cambiando il volto del mondo, che il modello di sviluppo capitalistico-liberista è entrato in una fase di non ritorno (altro che crisi temporanea) e quindi agire per una vera trasformazione della nostra società. Prima ci si renderà conto di questa realtà e si opererà un vero cambiamento culturale prima ancora che politico ed economico e meglio sarà per tutti. Dubito pero’ che la classe politica occidentale abbia veramente compreso questa necessità.

Aurelio Ferraguti

Numero di letture :403

Sostenibilità ambientale – una chimera?

Posted by Armando Rosa On maggio - 14 - 20111 COMMENT

Una mattina come tutte le altre. Mi sveglio, mi preparo per andare a lavorare ed esco di casa.

Nonostante la distanza dal posto di lavoro non sia affatto eccessiva e la strada sia scorrevole (anche se ultimamente lo è sempre di meno), non mi è possibile arrivarci a piedi. Non dispongo di un autobus diretto che faccia questo tragitto, per cui sono “costretto” a servirmi della macchina per un breve tratto, parcheggiarla a metà percorso e prendere un autobus, non essendoci un marciapiede tra il parcheggio e l’ufficio.

Durante il breve tratto percorso in auto, mi diverto a osservare i volti all’interno delle auto incolonnate nell’altro senso, tutte dirette verso il centro della città di Lussemburgo. Volti di persone in attesa di iniziare la giornata di lavoro. Mi lancio in un gioco, in una sfida, ma presto mi meraviglio del risultato: non trovo una sola auto nella quale ci sia più di una persona all’interno. Il sorriso provocato dal pensiero che ogni mattina e ogni sera noi, “esseri umani evoluti” ci incolonniamo nel traffico per restare chiusi e soli nella nostra scatola inquinante e per godere di una illusoria comodità che l’autobus non puo’ offrire, viene subito sostituito da una riflessione più amara della nostra condizione attuale.

Fino a che punto riusciremo a sostenere questo sistema sociale? Come si puo’ conciliare la ricchezza e il progresso che essa porta con la sostenibilità ambientale? E’ possibile che uno degli Stati con la ricchezza pro-capite più alta del mondo possa anche offrire rispetto della natura e una buona qualità dell’aria? Personalmente temo che la risposta a quest’ultima domanda sia negativa. Ma il pianeta non puo’ farcela continuando cosi’.

Il nostro modello sociale è ancora basato su pilastri che negli ultimi decenni dello scorso secolo hanno portato al boom economico occidentale. Ad un’analisi più attenta, si tratta di pilastri fragili, di una modernità sempre piu’ obsoleta, che richiede una immediata inversione di tendenza. Non si puo’ continuare a foraggiare l’industria dell’auto e penalizzare la ricerca, lo sviluppo e più in generale la creazione delle basi per una diffusione su larga scala di energie piu’ pulite. Non c’è bisogno di essere esperti per rendersi conto che i nostri occhi sono bendati dalle logiche lobbistiche e del privilegio che ci fanno ancora dipendere dal petrolio e dal nucleare, indiscutibili veleni per l’aria, la terra e l’acqua. Pur volendo affrontare questo tema astenendomi da qualsiasi valutazione politica, mi limito a dire che è evidente la strenua difesa dei poteri forti in quelle nazioni dove le destre sono al potere ormai da molti anni.

Le reazioni possibili a tali considerazioni sono molteplici: c’è chi tace e accetta la condizione attuale cercando di trarre il massimo vantaggio dal progresso e assecondando le suddette logiche; c’è chi si infervora e lo manifesta in modi finanche coloriti, tra scioperi della fame e manifestazioni di piazza; c’è inoltre chi cerca di sollevare un problema nei modi leciti cercando di smuovere le coscienze, nella speranza che la goccia possa scavare e incidere la roccia del cambiamento al punto tale da favorire quell’inversione di tendenza necessaria.

Intendo solo portare una riflessione di carattere generale, cercare di capire perchè nel 2011 esistano ancora forze capaci di rallentare, se non proprio di frenare lo sviluppo delle energie alternative, quelle “pulite”. Di una cosa mi ritengo certo: fin quando non si svilupperà una volontà globale di investimento verso l’eolico, l’energia solare, quella geotermica, anche le biomasse, e se non dovesse nascere la capacità di dare il via ad un nuovo indotto, non ci potrà mai essere un mercato competitivo di queste energie. Dovrebbe essere un ragionamento logico: unendo gli sforzi e le risorse nella ricerca scientifica e tecnica, nel miglioramento degli impianti produttivi di tali forme di energia, si riuscirebbe a fare di questi prodotti la nuova base delle nostre vite quotidiane, proprio come ora lo sono i combustibili fossili e il nucleare. Cambiare il modello sociale non è cosa semplice, specie se per poterlo fare occorre combattere enormi battaglie. Non è un segreto che ogni qual volta un prodotto innovativo viene concepito si scateni un gigantesco vortice economico, capace di sconvolgere gli equilibri generali: basti pensare alla nascita di internet, forse la piu’ grossa rivoluzione degli ultimi decenni. Tutti sanno quanto grande sia ancora oggi il flusso economico che l’indotto informatico genera a livello mondiale. Molti sono prontamente saliti sul treno del cambiamento ed hanno creato enormi fortune, altri sicuramente ne hanno patito la nascita (vedi l’industria della carta stampata). Fatte le debite distinzioni, la speranza è che attraverso un lento processo di cambiamento si giunga ad un ribaltamento degli attuali equilibri su cui i grandi interessi lobbistici si fondano, primi fra tutti quelli del petrolio. Sono queste le forze centrifughe capaci di rallentare i naturali processi di sviluppo e di mantenere lo status quo.

Non è un mistero che gli equilibri mondiali siano profondamente cambiati negli ultimi decenni. Nuove potenze mondiali come Cina, India e Brasile si propongono come protagoniste sulla scena internazionale, pronte a soppiantare le tradizionali potenze occidentali. Ma lo sviluppo di tali potenze passa per l’utilizzo del modello “occidentale”, come esempio di benessere e progresso a beneficio di vastissime fascie sociali. E’ sufficiente guardare alle abitudini della nuova società metropolitana cinese per rendersi conto su quali principi poggi lo sviluppo: consumismo spinto, megalopoli dirette verso la modernità, finanche un’ostentazione del materialismo: insomma, un film già visto e tuttora ancora in voga dalle nostre parti, nonostante gli sferzanti venti di crisi.

Ripensare il modello sociale: sarà mai possibile? E’ questo il grande interrogativo che ci resta, nella speranza che la popolazione della Terra sia capace di portare al potere uomini illuminate, governanti di spessore superiore capaci di neutralizzare il futuro ed aprire la strada per un avvenire migliore e più pulito.

Armando Rosa

Numero di letture :918

Lussemburgo: analisi mercato immobiliare

Posted by Andrea Castaldo On febbraio - 7 - 2011ADD COMMENTS

Quanti Italiani sono arrivati qui in Lussemburgo negli ultimi 5 anni per restarci al massimo 3 o 6 mesi … nella loro testa di stagisti?

Ed oggi? Avete mai valutato l’idea di investire nel cosiddetto “mattone” investendo cosi i propri soldi guadagnati con tanta nostalgia dal caro Bel Paese?

Diamo un occhio a quello che é stato l’andamento del mercato immobiliare in Lussemburgo secondo le ultime analisi di settore fino ad n-4.

L’ indice annualizzato dei prezzi delle case è salito nel 2° trimestre 2010, infatti nel Q2 2010, l’indice dei prezzi per gli appartamenti venduti è aumentato del 4.4% rispetto all’anno precedente, ma è caduto da un modesto 0.5% rispetto al trimestre precedente. Questo è quanto riportato dallo STATEC, Istituto di statistica nazionale del Lussemburgo.

Il dato più significativo è il prezzo medio di vendita degli appartamenti risultato pari ad € 3,686 al metro quadro, aumentato del 4.99% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, mentre più basso dell’ 1.12% rispetto al trimestre precedente.

L’Observatoire de L ‘Habitat ha pubblicato la percentuale di aumento dei prezzi degli appartamenti in Lussemburgo dal 2009, pari al 5.09%.

La domanda di abitazioni, nonostante l’aumento dei prezzi dal 2009 è rimasta forte, grazie al numero elevato di stranieri presenti nel Grand Ducato che investe nel mercato immobiliare dopo aver trascorso qualche anno nel business network dopo un periodo di stage ed aver vissuto magari in affitto da privati. Infatti il numero di transazioni di appartamenti è salito a 722 nel Q2 2010, in crescita del 13% da 511 nello stesso periodo dello scorso anno.

Delle 722 operazioni totali, 486 erano vecchi appartamenti, mentre sono stati 236 nuovi appartamenti.

I prezzi delle case in Lussemburgo nel 2009

Il mercato immobiliare del Lussemburgo si è stabilizzato nel corso del primo semestre del 2009, dopo due anni di prezzi delle case in caduta libera (vedi grafico sopra). I prezzi delle case (maison) infatti sono aumentati dell’ 0,30% (0,42% in termini reali) nel corso dell’anno Q2 2009, sempre secondo le stime dell’Observatoire Habitat .

Il prezzo degli appartamenti è salito allo 0,74% (0,82% in termini reali) su base annua al 2 ° trimestre 2009 con i tassi di interesse che già tendono al ribasso ed in un contesto dove il variabile era il tasso dominante.

Invece nel 2007 e 2008, i prezzi delle case sono diminuiti in media del 2,2% ogni anno per poi risalire nelle metà del 2008 (vedi grafico sotto).

Secondo Marco Schank, Ministre du Logement, le vendite di immobili residenziali sono aumentati del 27% durante l’anno 2009, mentre nello stesso anno le vendite di appartamenti sono aumentati del 64%.

I tassi di interesse in forte calo!

Nel Q2 2009 i tassi di interesse sono scesi ad una media del 2.4% , in linea con i tagli della Banca Commerciale Europea (BCE), dal 4.5% nel 4° trimestre 2008. La maggior parte dei prestiti in Lussemburgo sono a tasso variabile (durata media 25 anni) dato che il “rendering” delle famiglie è molto sensibile alle variazioni dei tassi di interesse. Le condizioni di credito erano molto strette all’inizio del 2006 fino alla metà del 2008, dovute ai tassi d’interesse ipotecari saliti al 5.2%, dal 3.7% del Q1 2006 (vedi grafico sotto)

Il grande mercato dei mutui

E’ risaputo che il debito ipotecario del Lussemburgo in percentuale del PIL è aumentato notevolmente nel corso degli ultimi dieci anni, dal 22% nel 1999 al 40% nel 2008. La crescita del mercato dei mutui ha continuato nel 2008, nonostante la recessione economica, anche se a un ritmo più lento. Il valore dei prestiti per l’acquisto di abitazioni è aumentato del 7.6% nel 2008, in calo invece del 22% nel 2007, portando il valore dei mutui ipotecari in essere ad una cifra spaventosa: € 14.9 billion.

Affittare o vendere?

Gli affitti medi erano relativamente invariati nel Q2 2009, a causa del mercato (dei fitti) regolamentato, nonostante un aumento delle proprietà di recente costruzione, da 91.7% in case disponibili per l’affitto e del 60% di aumento in appartamenti disponibili per affitto tra Q2 2008 e il Q2 2009 . L’enorme aumento dell’offerta di case (maison) è spiegata con la preferenza dei residenti in Lussemburgo per questo tipo di abitazioni (soprattutto famiglie).

Secondo Observatoire de l’Habitat, gli affitti medi delle case sono aumentati del 0.49% nel Q2 2009, mentre gli affitti degli appartamenti sono diminuiti del 0.95%,. Nel marzo 2009, il reddito da affitto in Lussemburgo variava dal 3.6% al 5.2%, secondo la Global Property Guide con il picco di richiesta di appartamenti di 50mq.

La percentuale di “proprietari” di case in Lussemburgo è relativamente elevato, pari al 74.7% secondo la Banque centrale du Luxembourg. I diritti degli inquilini sono ben protetti. La maggior parte delle proprietà è in affitto non arredato, ma per immobili arredati l’affitto non può essere più del doppio del precedente.

Le modifiche fiscali come fonte della crescita dell’offerta immobiliare

Con una superficie di 2.586 kmq (circa le dimensioni di Paris Metropolitan Area), la terra (edificabile) scarseggia in Lussemburgo, e il prezzo dei terreni disponibili per la costruzione incide in modo significativo sui prezzi delle case.

Per incoraggiare la costruzione, una tassa “super-ridotta” del 3% è stato introdotta nel 2002 per costruzione e ristrutturazione. Il governo ha anche ridotto l’imposta sulle plusvalenze sulla vendita di immobili, dal 50% al 25%.

Il numero totale di permessi di dimora concessi è salito a 4,934 nel 2007, da 2,956 nel 2002. Tuttavia, il numero totale di abitazioni autorizzate nel 2008 è sceso a 4,017 unità (1,125 case e 2,743 appartamenti).

Recessione

L’economia del Lussemburgo è entrata in recessione nel 4° trimestre 2008 con una contrazione del 3.6% dopo una contrazione dello 0.6% nel 3° trimestre 2008. La crisi economica del paese ha continuato nel 1° trimestre 2009 con PIL del 1.5% rispetto al trimestre precedente.

La recessione ha preso piena forma durante il resto del 2009, in quanto il settore finanziario del paese, principale motore della crescita economica, è stata pesantemente colpito dalla crisi finanziaria globale. Il PIL ha registrato una contrazione del 4% nel 2009, dopo una contrazione dello 0.9% nel 2008.

La disoccupazione è salita al 5,4% a fine 2009, rispetto al 4.4% nel 2008 per scendere nuovamente come media nazionale a novembre 2010 al 4.8% con 7,564 persone in cerca di lavoro coperti dalla indennità di disoccupazione.

Nonostante la recessione (che in Lussemburgo è per l’80% “vissuta” come riflesso del sistema macro-economico) il mercato immobiliare rimane sempre un paniere in continua rotazione.

Fonte: STATEC – Département du Logement – Banque Central du Luxembourg – Observatoire de l’Habitat.

Numero di letture :1361

Lettera a mio figlio diciottenne

Posted by Armando Rosa On gennaio - 26 - 2011ADD COMMENTS

Desidero pubblicare sul nostro blog una lettera significativa scritta da Loretta Napoleoni, esperta di terrorismo islamico e autrice di numerosi libri. Si tratta di un testo della serie “Dieci sguardi sull’Europa“, tratto da presseurop.eu e pubblicato in Italia anche dal settimanale Internazionale. Credo che si possa definire come uno sfogo amaro ma al tempo stesso speranzoso sulla condizione che i giovani del nostro tempo si trovano a dover affrontare:

Caro Julian, il prossimo anno compirai 18 anni e lascerai la scuola superiore, emozionato e allo stesso tempo preoccupato. Per un giovane europeo il futuro deve sembrare avventuroso e insieme tetro.

Disoccupazione, montagne di debiti, profezie di un crollo monetario e difficoltà di intraprendere una carriera professionale sicura rendono l’avvenire molto incerto. Trentacinque anni fa una generazione di diplomati – quella dei tuoi genitori – si trovava di fronte un futuro simile, fosco ed eccitante. Cresciuta all’ombra del terrorismo e della minaccia di un olocausto nucleare, la nostra generazione ha dovuto fare i conti con tassi di disoccupazione e di inflazione a due cifre.

Ma abbiamo innescato la scintilla della rivoluzione sessuale e abbracciato l’anticonformismo e le idee di sinistra. Negli anni settanta siamo scesi in piazza gridando slogan contro il governo, contestando le riforme della scuola che ci sembravano arretrate ed elitarie. Abbiamo chiesto il libero accesso all’università in un continente che era sull’orlo del collasso politico, come oggi.

Poi la cortina di ferro è caduta, la Germania ha realizzato il suo sogno di riunificazione e i paesi europei hanno superato la crisi energetica. A metà degli anni ottanta le economie europee hanno ricominciato a crescere e a godere di un periodo di stabilità che prometteva di durare a lungo.

Ma alla fine quel benessere si è rivelato solo un’enorme illusione. Quasi tutti – tanto i politici quanto i banchieri – hanno abusato di quella timida ripresa, approfittando della deregulation e delocalizzando all’estero la produzione e i posti di lavoro. Nel frattempo hanno smantellato quello che restava dello stato sociale.

Da una generazione all’altra le diseguaglianze tra i redditi ci hanno fatto sprofondare in una situazione simile a quella tra le due guerre mondiali, preparando il terreno per una nuova grande depressione. Solo che questa volta ce la siamo trovata davanti alla porta di casa.

Cosa è andato storto? Il nostro desiderio di far parte di un’élite, di essere diversi, ricchi e potenti, costruttori di imperi. Un fine che ha giustificato ogni mezzo. Gli europei sono condannati a essere figli di Machiavelli, intrappolati in eterno in un ottovolante: possiamo sempre scatenare una rivoluzione francese e tagliare la testa al monarca, per poi però inginocchiarci al cospetto di un Napoleone pochi anni dopo.

Eternamente prigionieri delle nostre contraddizioni, osanniamo la democrazia ma rifuggiamo l’uguaglianza. Non ci evolviamo, falliamo. Ma nonostante tutto c’è ancora speranza.

La nuova generazione di adolescenti è la prima nata dal melting pot multiculturale dell’Unione, la prima a non essere composta solo da europei. Il multiculturalismo potrebbe davvero rivelarsi la nostra ancora di salvezza. Potrebbe liberarci dalla camicia di forza della nostra storia, scaraventando il vecchio continente in un contesto dove altre popolazioni, meno avanzate ma anche meno ciniche e più positive, giocheranno un ruolo importante nel futuro dell’Europa.

Osservando le recenti manifestazioni degli studenti a Londra ho provato una nuova speranza. Mai prima d’ora la Gran Bretagna ha visto questo genere di proteste. Forse è accaduto solo quando Margaret Thatcher ha cercato di introdurre la poll tax (una tassa uguale per tutti i residenti in Gran Bretagna), ma la motivazione all’epoca era il denaro, non l’uguaglianza.

Il sangue nuovo dei figli degli immigrati alimenta la protesta transnazionale e allo stesso tempo cementa la solidarietà tra i giovani di tutta Europa. Gli adolescenti, preoccupati del futuro ma determinati a non lasciare che la storia si ripeta, vogliono un’Europa diversa. La loro solidarietà vola sulle ali di internet, un’agorà internazionale connessa a Wikileaks, Porto Alegre e tutte le altre iniziative nate per cambiare le cose.

Vorrei essere di nuovo giovane per impegnarmi insieme a te, per condividere l’esperienza di rimodellare un continente. La mia generazione aveva sogni simili ai vostri, ma non è riuscita a realizzarli. Siamo cresciuti e ci siamo riuniti in nuove e vecchie élite. Ed è per questo che la corruzione, la diseguaglianza e la criminalità sono così forti oggi, perché una classe di incompetenti ci governa e la stampa scandalistica ci nutre con storie che non vogliamo leggere né ascoltare.

Riuscirai dove io ho fallito? Credo di sì, perché il paradigma socioculturale dell’Europa è finalmente cambiato, e le persone che ci governano oggi non rappresentano questo cambiamento. Quando la tua generazione andrà al potere, il panorama politico cambierà inevitabilmente.

Gli europei non saranno più esploratori e avventurieri che solcano mari sconosciuti per rubare tesori altrui, non scaleranno le montagne più alte per piantare i loro vessilli, non guarderanno verso est o verso ovest per decidere cosa pensare e come comportarsi a livello internazionale. Ma sapranno approfondire lo spirito multiculturale di un continente rinvigorito da nuove formule economiche, sociali e politiche. Questa è l’Europa che sogno per te, e quella di cui voglio far parte.

 

Fonte: Internazionale n. 880 (14/20 gennaio 2011)

Numero di letture :1558

E’ stata pubblicata pochi giorni fa da Fortune la classifica delle 100 aziende a livello mondiale nelle quali conviene lavorare.

Si tratta di una ricerca interessante che permette di capire quali siano i criteri su cui si basa la qualità di un gruppo aziendale. Si dice sempre che l’ambiente lavorativo è una discriminante imprescindibile per la scelta di un’occupazione. Ma l’ambiente è determinato da molteplici fattori: stipendi, benefit, assistenza ai dipendenti nelle diverse fasi della vita professionale e soprattutto personale. Da pochi anni a questa parte, poi, si tiene anche conto della capacità del management di reagire alla crisi economica e di saperla affrontare minimizzando l’impatto negativo sul personale.

Dando un’occhiata alla classifica, possiamo quindi apprezzare che la società SAS, impresa che produce software per i sistemi operativi aziendali, si riconferma al primo posto come nel 2010. Google compare al 4° posto della graduatoria. E’ anche interessante notare che al primo posto tra i grandi istituti bancari si colloca Goldman Sachs (ma solo 23°), preceduta pero’ da altre compagnie del settore finanziario e assicurativo.

A voi il piacere di entrare nel dettaglio di questa classifica:

http://money.cnn.com/magazines/fortune/bestcompanies/2011/full_list/

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Riforma fiscale…..più tasse nel 2011?

Posted by Antonio Di Marzo On gennaio - 10 - 2011ADD COMMENTS

 

Il pacchetto fiscale è stata approvato dalla Camera dei Deputati con la seguente votazione:  39 voti contro 21.

Dal 1° gennaio 2011, le nostre tasse dovrebbero essere aumentate… cerchiamo di capirne di più.

Le misure fiscali adottate  dalla Camera dei deputati dovrebbero produrre 230 milioni di introiti supplementari per lo Stato. Le aziende contribuiranno fino a  62 milioni e il restante 168 milioni riguarderà le imposte gravanti sui “dipendenti  privati”.

Si scopre così che la nuova tassa sulla “crisi” corrisponderà ad un prelievo dello 0,8% sul reddito imponibile. La tassa di solidarietà passerà dall’attuale 2,5%  al 4%. L’aliquota di contribuzione del ”Fondo per l’occupazione” aumenterà  per quelli con reddito imponibile oltre 150.000 euro all’anno e sarà pari al 6% dello stipendio. L’aliquota fiscale massima sul reddito aumenterà dal 38% al 39% per gli impiegati che guadagnano più di 41.793 € all’anno.

Di quanto aumenteranno le tasse in una coppia con due dipendenti privati?

In particolare, con questo pacchetto fiscale, per una coppia con un reddito imponibile di 100.000 euro,  avrà un incremento di € 1.097. Per aiutarvi a capire, ecco un esempio forniti dal governo:

In questo caso consideriamo un reddito imponibile annuale di 50.000 € per tutte e tre le classi d’imposta.

Potete notare nel riquadro qui sopra le differenze (tra prima e dopo la riforma)  per classe con i relativi aumenti.

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Segreto bancario? Per il Lussemburgo “deroga” fino al 2017

Posted by Antonio Di Marzo On gennaio - 3 - 2011ADD COMMENTS

Dopo lunghe discussioni e numerose pressioni, il Consiglio degli affari economici e finanziari dell’Unione europea (ECOFIN)  ha raggiunto un accordo sullo scambio delle informazioni fiscali.

I 27 paesi membri dell’Unione europea hanno approvato la stesura di una bozza per ovviare al problema che prevede lo scambio delle informazioni tra i paesi europei.

Toccherà al Parlamento Ue approvare la direttiva che si programmerà di estendere la cooperazione tra Stati membri per la riscossione delle imposte di ogni tipo, fissare i limiti temporali per ricevere le informazioni richieste, permettere ai funzionari di uno Stato membro di partecipare a ricerche amministrative in un altro Paese.

Lo scambio automatico delle informazioni dovrà essere il fine ultimo ed entro il 2015 dovrà verificarsi per cinque categorie di redditi su otto , purché queste siano disponibili e purché ci sia reciprocità.

Tuttavia, questo regolamento è transitorio. La direttiva europea prevede comunque che lo scambio automatico di informazioni avvenga  gradualmente per assicurare lo scambio non condizionato di otto categorie di capitale e reddito (reddito da lavoro, retribuzioni dei direttori, dividendi, guadagni di capitale, royalty, certi prodotti di assicurazione vita, pensioni, proprietà e reddito da proprietà immobiliare).

Dal 2015 gli stati comunicheranno automaticamente informazioni per un massimo di 5 categorie, a patto che “siano già disponibili”. Da luglio 2017 la Commissione elaborerà un rapporto e se necessario una proposta specifica esaminando la possibilità di rimuovere la condizione della disponibilità delle informazioni e di estendere il numero delle categorie da 5 a 8.

Un accordo nell’interesse del Lussemburgo

Il compromesso raggiunto dagli Stati membri dell’Unione europea non mette in pericolo il mercato finanziario lussemburghese. L’accordo si conclude per ora in uno scambio di informazioni tra autorità fiscali e domanda.

Luc Frieden, ministro delle Finanze del Lussemburgo,  può gioire perché l’accordo preso dagli stati membri limita fortemente le precedenti previsioni di riduzione degli investimenti nel Granducato.

Ha poi aggiunto: ”L’identità della persona interessata deve essere indicata esplicitamente come il motivo per la domanda”,  l’accordo sarà esercitato sulle retribuzioni e sulle pensioni dal 2013, quindi il bonus nel 2015. Le categorie scelte non hanno alcun effetto sulle attività di asset management e private banking “, la politica di privacy che desidera continuare a Lussemburgo non è in pericolo.”

Per la confederazione non ci sono risvolti negativi per il segreto bancario quando a fronte dell’investimento c’é il rispetto delle norme di antiriciclaggio previste dall’UE, come ha ben sottolinetao il Ministro Frieden, che rafforza l’applicazione di un principio di riservatezza da applicare all’investimento stesso.

Buon anno a tutti!

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Il boom delle assicurazioni vita in Lussemburgo

Posted by Brunella Caruso On dicembre - 17 - 2010ADD COMMENTS

Gli introiti provenienti dai premi delle assicurazioni vita in Lussemburgo è aumentato del 95,2% negli ultimi 12 mesi, mantenendo così la stratosferica crescita che il settore ha visto durante gli ultimi  due anni.

Nei primi 9 mesi di quest’anno l’aumento dei premi versati in contratti assicurativi è stato del 108,9% , con un aumento del 63% in prodotti a capitale garantito , mentre il prodotti Unit linked hanno fatto un salto del 148%.

Il tutto riflette la crescente fiducia nel mercato azionario da parte dei consumatori e le intenzioni degli investitori di avere una polizza assicurativa prima che queste rientrino nella fascia “in scope “ della European saving directive (EUSD). D’altro canto il “Commissariat Aux Assurances”  conferma che la crescita del mercato assicurativo fuori dal ramo vita è stata solo del 9,7% quest’anno.

Brunella Caruso

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Rapporto Lussemburgo: l’economia che non conosciamo

Posted by Andrea Castaldo On dicembre - 13 - 2010ADD COMMENTS

Lo stato del Lussemburgo é molto noto per il suo ruolo chiave nella finanza mondiale. Forse però non tutti sanno che un “rapporto lussemburgo” di ultima uscita nel mondo dell’economia europea, evidenzia il Granducato, non solo come “polo finanziario” ma anche sotto forma di una nuova economia alternativa che parte dall’e-commerce, attraversa la logistica ed arriva alle biotecnologie ed alle energie rinnovabili. Senza dimenticare la componentistica per auto.

Ed ora, entriamo un pò più nel dettaglio con esempi pratici di realtà aziendali  in quel di Lussemburgo individuate per settore con i diversi accordi siglati in giro per il mondo.

E-commerce: già sede dei due principali gruppi europei dei media RTL (radio e tv) e Ses (mercato satellitare) il Lussemburgo ha tratto grande vantaggio dalla rivoluzione dell’Information e Communication Technology diventando un centro che fornisce rete e servizi necessari per attrarre operatori internazionali. Infatti é stato realizzato un network di comunicazione a banda larga, denominato Luxconnect, con collegamenti in fibra ottica ai più importanti centri europei come Francoforte, Parigi, Bruxelles e Londra. Questo sistema informatico innovativo fornisce agli operatori privati tutta la capacità di trasmissione di cui hanno bisogno per le loro attività di e-commerce e non solo. Fra i player mondiali che hanno scelto di installare le loro sedi in Lussemburgo ci sono società quali Amazon, iTunes, eBay, Vodafone, RealNetwork e Skype.

Biotecnologia: il Lussemburgo ha chiuso due accordi con i principali centri di ricerca statunitensi, il Translation Genomics Institute e l’Institue for System Biology di Seattle, per collaborare con gli esperti americani su tre fonti che sono all’avanguardia nella biotecnologia e nello sviluppo della medicina personalizzata. Inoltre questa co-partnership potrebbe dar vita anche ad una bio-banca, ad un centro di sistemi biologici ed a una ricerca relativa al cancro alla gola.

Energie rinnovabili: il governo attraverso il Luxembourg Eco Technology Action Plan fornisce agli imprenditori che in loco impiantano aziende e centri di ricerca nel settore delle energie verdi e rinnovabili aiuti finanziari e netwoking relazionale per incoraggiare le idee imprenditoriali in questo settore potenzialmente rivoluzionario. Il contesto creato dal governo ha facilitato le attività delle oltre 200 società impegnate nel settore eco/verde che ora esportano una delle loro soluzioni in alcuni dei più importanti mercati mondiali come Cina ed Emirati Arabi.

Logistica: grazie alla sua posizione geografica il Lussemburgo si sta affermando come punto di snodo sempre più importante per le attività logistiche di diverse realtà internazionali quali Dhl, China Airlines, Cargolux, Nippon Express.La rapidità di movimentazione delle merci al suo interno e l’efficienza dei processi di carico, scarico e gestione delle merci, hanno reso l’aereoporto di Lussemburgo il quinto sub europeo per il trasporto di merci via aerea. Inoltre le efficienti connessioni ferroviarie ai porti del Mare del Nord fanno si che il Grand Ducato funga da punto di appoggio interno per porti quali Anversa, Amsterdam, Rotterdam ed Amburgo. Senza contare che la legislazione locale facilita la procedura di pagamento dell’I.V.A. (Imposta sul Valore Aggiunto) delle merci in transito.

Industria componenti per auto: con oltre 9 mila persone impiegate in questo settore tramite 30 società che generano oltre 1.5 miliardi di euro di giro d’affari, il Lussemburgo si posiziona come uno dei centri europei più importanti per quanto riguarda la componentistica per auto, industria sempre più importante perchè secondo le ricerche circa i due terzi del valore di un automobile è determinato dalla componente impiegata. Molti grandi player internazionali come Goodyear, Guardian Industries e Delphi stanno scegliendo di operare qui per i vantaggi offerti dalla posizione e dal poter disporre di una forza lavoro realmente internazionale.

Finanza mondiale: la piazza finanziaria lussemburghese è oggi la prima in Europa in quanto a fondi d’investimento, la secondo al mondo dietro gli Stati Uniti, il primo centro di private banking della zona euro e il più grande per le attività di riassicurazioni nel vecchio continente ed una della più integrate a livello dei servizi che può offrire alla sua clientela proveniente da tutto il mondo.

Beh, che ne dite? Avete visto quanto mercato offre il “piccolo Lussemburgo”? Sempre pronto a cogliere le nuove sfide nascoste dietro l’orizzonte economico.

Buon lavoro a tutti !

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