Il recente terremoto di Haiti, avvenuto lo scorso 12 gennaio, ha prepotentemente riportato sulla bocca di molti la parola solidarietà.
Nelle ore successive al disastro è giunto un numero enorme di offerte economiche a favore dei disperati di Port-au-Prince, rendendo difficile persino l’efficace gestione di tali fondi. Nei momenti successivi ad una tragedia di queste dimensioni non è scontato riuscire a coordinare la macchina degli aiuti umanitari, nell’esigenza di alleviare il piu’ possibile le pene di centinaia di migliaia di persone. Persone improvvisamente senza una casa, senza cibo, senza futuro.
Proviamo per un attimo a metterci nei panni dei volontari e dei personale sanitario e umanitario in generale, accorsi ad Haiti nell’immediato post-terremoto. Cosa vuol dire arrivare in una terra dematerializzata, in un luogo rivoltato e strapazzato da un terremoto? Cosa vuol dire se questa terra era già estremamente povera prima che questa immane catastrofe la colpisse? Che significa dover estrarre corpi dalle macerie, dover essere spettatori di un tale caos e ampiezza della sofferenza?
Non è solo un discorso di obbligo o di desiderio di ogni individuo di rendersi utile in modo piu’ o meno concreto, di voler dare una mano nel momento del bisogno oppure di doverlo fare perchè si è parte di un sistema o di un’associazione benefica di nome X oppure Y. E’ un discorso piu’ ampio: non è possibile trarre valutazioni complessive sul perchè si reagisca in modo indifferente o estremamente partecipativo a certe situazioni. E’ nella coscienza di ciascuno e nelle proprie scelte di vita che va ricercata la vera ragione del proprio atteggiamento nei confronti delle tragedie umane.
Ma c’è un aspetto che puo’ accomunare tutti e che puo’ portare ad unirci ed a farci riflettere tutti insieme: guardare in faccia la realtà che ci circonda. Troppo spesso ci nascondiamo per comodità, non riusciamo ad affrontare tematiche delicate e che toccano le corde piu’ interiori della nostra sensibilità. Non ne abbiamo voglia, oppure tempo, oppure abbiamo le nostre problematiche e non possiamo permetterci di accollarci ulteriori problemi che appartengono a gente spesso lontana da noi, come se le nostre difficoltà non siano già abbastanza.
Ma allora nella nostra coscienza balena piu’ o meno spesso una domanda: cosa faccio per i piu’ bisognosi? Quanto mi spendo in rapporto alle mie possibilità? Come mi comporto quando qualcuno che non conosco è in difficoltà? Come reagisco se per la strada vedo qualcuno che soffre o che subisce violenza? Sono tutti interrogativi che prima o poi ti toccano, che tu sia piu’ o meno sensibile a questa sfera. Ma a queste domande corrisponde una risposta che si fa sempre piu’ decisa: il mondo che stiamo costruendo cresce in individualismo, siamo noi che ci chiudiamo in noi stessi ignorando cio’ che ci accade intorno. Fai una cosa per te quest’oggi e non per gli altri, tu vivrai meglio domani. Non è pero’ un modus vivendi che ci porta molto lontano. Le ineguaglianze sociali si stanno allargando, gli equilibri mondiali si spostano, ma a volte finiscono per nascondere un impoverimento morale e etico dell’intera umanità.
Viviamo un’epoca storica di crisi economica, di preoccupazioni e spesso di sacrifici. Ma proprio questo ci allontana dalla consapevolezza di dover aiutare chi soffre, per propria colpa oppure per sfortuna. Siamo in primis noi giovani a dover capire il significato del contributo, del semplice gesto, anche economico. Ne abbiamo la possibilità e non dobbiamo perderla. La solidarietà vuol dire amore, assistenza, moralità, vicinanza. E ci arricchisce nel profondo, piu’ di qualsiasi oggetto o di qualsiasi esperienza di piacere.
Sembra un discorso ovvio, moralista e per di piu’ vecchio come il mondo. Ma a volte serve ribadire il concetto. Non esiste una parola di troppo oppure sprecata, quando in gioco è la solidarietà.
Armando Rosa
N.B. E’ sempre possibile aiutare l’Unicef, impegnata in prima linea negli aiuti della popolazione di Haiti, attraverso differenti modalità di pagamento. Per ulteriori informazioni visita www.unicef.lu
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