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Venti di guerra

Posted by Aurelio Ferraguti On marzo - 21 - 2011ADD COMMENTS

Avrei sinceramente sperato di non dover mai scrivere alcune riflessioni su una guerra cosi vicina eppure cosi lontana dal sentire degli italiani.

Ma tant’è. Le Nazioni Unite con propria risoluzione hanno stabilito la c.d. No-flight zone sui cieli della Libia. E subito dopo alcuni Paesi (li chiamano volonterosi) si sono precipitati a bombardare Tripoli e la Libia. Purtroppo tra questi Paesi c’è anche l’Italia che non solo ha messo a disposizione ben sette basi aeree ma ha anche partecipato attivamente alle operazioni belliche.

Al di la di considerazioni personali di carattere etico, questa guerra, perché di guerra si tratta, alla Libia del colonnello Gheddafi merita alcune riflessioni.

Il leader libico è sicuramente un dittatore anche sanguinario che ha negato la libertà al suo popolo e che di fatto nega i più elementari diritti umani, quindi sia ben chiara la condanna morale e storica di un siffatto personaggio.

Cio’ detto, per sgomberare il campo da confusioni di sorta, vi anticipo subito che sono contrario a questo intervento armato per una serie di ragioni.

Da un punto di vista generale in quanto la risoluzione del ONU ha previsto che nessun velivolo potesse solcare i cieli della Libia, ma non ne ha stabilito le modalità attuative. Inoltre l’iniziativa dell’intervento armato promosso unilateralmente dalla Francia , seguito da Britannici e Americani, e ahimè anche dal nostro Paese, ha di fatto colpito un paese in piena guerra civile. I ribelli di Bengasi, che tante volte abbiamo visto in televisione, che lottano contro la dittatura di Gheddafi meritano il massimo rispetto, ma si tratta pur sempre di una guerra civile tra forze libiche contrapposte, spesso guidate da rivalità tribali. L’intervento armato dei “volonterosi” ha sicuramente fatto pendere la bilancia delle operazioni belliche a favore dei ribelli insorti contro il col. Gheddafi, creando di fatto una vera e propria ingerenza in questioni interne libiche. Mi si obietterà che se non ci fosse stato l’intervento ci sarebbe stato un bagno di sangue, come avviene in tutte le guerre, in quelle civile ancora di più, e la storia d’Italia ce lo insegna, se si pensa al periodi 1943-45 nel nostro Paese.

Un intervento umanitario, si dirà, perché il colonnello ha ucciso migliaia di civili. A parte il fatto che in una guerra civile si può’ far poco per distinguere tra vittime civili appunto e militari, delle supposte esecuzioni di massa, francamente ad oggi non vi è traccia concreta.

E allora mi viene seriamente in dubbio che il filantropismo della Francia e dei volonterosi sia di ben altra natura. Senza ipocrisie, di natura economica in quanto la Libia è un grande esportatore di petrolio.

Le stesse ragioni economiche devono aver ispirato anche il voltafaccia italiano.

L’Italia era infatti il primo partner economico della Libia di Gheddafi ed il paese “amico” con il quale fu stipulato un trattato di pace ed amicizia tra il colonnello ed il presidente Berlusconi.

Non voglio ritornare sulle manifestazioni un po’ folcloristiche con le quali Gheddafi è stato ricevuto a Roma lo scorso anno( non dieci anni fa) e i “baciamano” del presidente del consiglio verso l’illustre ospite, ma è chiaro che l’Italia aveva un rapporto privilegiato con la libia di Gheddafi.

Cio’ aveva portato, direi correttamente, il governo italiano ad una posizione prudente nei confronti della guerra civile libica, poi contraddetto dai successivi fatti, ingenerando una confusione diplomatica che certo non ci fa onore.

A mio avviso comunque l’Italia avrebbe fatto meglio a restare fuori dalla guerra per tre fondamentali ragioni.

1- il ricorso alla guerra per risolvere le questioni internazionali è espressamente negato dall’art. 11 della nostra costituzione che cosi recita:” L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Consente in condizioni di parità con altri Stati,alla limitazione di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le nazioni,promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

L’interpretazione della norma costituzionale non può’ essere equivocata.

L’Italia ripudia la guerra. Tutte le guerre. Ma a maggior ragione non ha alcun diritto di inserirsi in una guerra civile, in quanto il capoverso dell’art.11 autorizza ad una limitazione della sovranità (propria e non di altri, sia chiaro) solo per assicurare la pace e la giustizia tra i popoli e non nell’ambito dello stesso popolo e della stessa nazione.

Quindi la prima ragione per non aderire alla guerra ci deriva dalla Costituzione, tanto richiamata nei giorni scorsi, ma che in questo caso viene assolutamente disattesa.

2- La guerra contro Gheddafi (e non per un equidistante rispetto della no-flight zone) porterà probabilmente ad una situazione di stallo nella quale non esiste un vero interlocutore in Libia, non esiste una controparte credibile. E allora la domanda sarà…e po? Cosa succederà quando Gheddafi sarà di fatto sconfitto?

3- Gheddafi è stato attaccato e tradito anche dal Paese con cui aveva stipulato il trattato di amicizia, cioè l’Italia, e credo, anche con una buona dose di ragione, se potrà non rinuncerà a “farcela pagare”. Non direttamente perché, a detta di tutti, non ha armi che possano offendere direttamente il territorio nazionale, ma indirettamente attraverso il terrorismo, di cui è stato in tempi non recenti, il massimo sostenitore e protettore. Sarà una vendetta lenta, lunga, ma sicuramente Gheddafi, o i suoi se lui ne fosse impedito, cercheranno di vendicarsi nei confronti dell’Italia.

E non credo neppure che semmai i ribelli dovessero prendere il potere saranno disponibili a considerare il Paese che fu amico di Gheddafi come primo partner economico.

In ogni caso l’Italia ha perduto: la partnership economica, ma soprattutto la faccia, la credibilità internazionale, già cosi duramente messa alla prova per le vicende interne.

 

Aurelio Ferraguti

 

Numero di letture :597
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Numero di letture :787

L’Italia delle donne

Posted by Aurelio Ferraguti On marzo - 8 - 2011ADD COMMENTS

L’otto di marzo in tutto il mondo occidentale si festeggiano le donne. La Festa delle Donne quest’anno cade a poco più di una settimana dalla data del 17 marzo in cui l’Italia festeggerà il 150° anniversario della sua unificazione.

Quindi quale migliore occasione per parlare delle donne italiane.

Le donne in Italia costituiscono il 55 % della popolazione, ma se a livello numerico sono decisamente più degli uomini, in realtà nel mondo economico, politico, culturale gli uomini ricoprono,di gran lunga, i ruoli chiave nel Paese. Qualche esempio: nella politica, le donne che siedono in parlamento sono in chiara minoranza rispetto ai loro colleghi maschi. L’Italia si trova al 55 posto La classifica, che prende in esame la Camera bassa di ogni Parlamento nazionale, è capeggiata a sorpresa dal Ruanda con il 56,3% di donne-deputate, mentre l’Italia supera di poco il 21%.

Tra le nazioni con oltre il 40% di rappresentanza femminile figurano Svezia, Sud Africa, Cuba, Islanda, Olanda e Finlandia. L’Italia recupera comunque più di venti posizioni rispetto al 2005, quando occupava la 76esima posizione, con una percentuale di donne a Montecitorio appena superiore all’11 %.

Le donne in politica, sono poche da sempre. Ancora piccolo il gruppo di deputate e senatrici che siedono in Parlamento. Uno squilibrio di genere particolarmente marcato, come rilevato da una ricerca realizzata dall’Istat per conto del ministero delle Pari opportunità, sulla partecipazione politica e l’astensionismo secondo un approccio di genere. Notevole la differenza con i Paesi del Nord Europa: in Svezia, per esempio, la percentuale di donne è pari al 45,3%, seguita dalla Danimarca a quota 38 per cento.

Altalenante l’andamento delle presenze femminili alla Camera: si parte dal 7,7% della prima legislatura del 1948, si scende al minimo storico nella quarta e nella quinta (rispettivamente nel 1963 e nel 1968), si raggiunge l’11,5% nel 2001. Al Senato si parte nel 1949 con l’1,2%, si scende al minimo storico nel 1953 con lo 0,5%, si raggiunge il 9,8% nel 1992, per poi riscendere all’8,1% nel 2001. Dalla scorsa legislatura si registra una quota complessiva pari al 17%, confermato dalle elezioni 2008, In totale sono state elette 162 donne: 51 al Senato, contro le 44 della XV legislatura, 111 alla Camera, contro le 109 del 2006. (fonte Min.Pari Opportunità)

Lo studio del Ministero rileva come la presenza delle donne in Parlamento sia poco conosciuta e sopravvalutata. Molte le persone che sovrastimano la presenza delle donne sugli scranni di Camera e Senato. Da una indagine Istat risulta che la maggioranza della popolazione vuole più “rosa” in Parlamento, soprattutto le donne, maggioritarie nel corpo elettorale. Il Nord Est è la zona che segnala la necessità di una maggiore presenza femminile, insieme ai centri a grande urbanizzazione. Nel Sud, invece, si registra la più alta percentuale di popolazione contro una presenza più alta delle donne in Parlamento: al crescere del livello di istruzione, aumenta la quota di chi ritiene che sia necessaria una più alta quota di donne in Parlamento. Fra le altre la componente femminile dell’elettorato, rappresenta quindi il 52% del totale: su 47.295.978 chiamati alle urne alla Camera, ben 24.607.716 sono donne. Al Senato sono stati chiamati 43.257208 cittadini, di cui 22.637.187 donne.

Nel governo le cose non vanno certo meglio, se si esclude il Ministero dell’Istruzione (forse perché il ruolo di insegnante è legato alla figura femminile) le donne ministro sono relegate a dicasteri diciamo (per usare un eufemismo) meno importanti come Le Pari Opportunità o la Gioventù. Dei 20 governatori delle regioni Italiane, solo il Lazio ha come presidente una donna .Nel mondo economico e del lavoro se è vero che al vertice di Confindustria e del più rappresentativo sindacato italiano vi sono due donne, è altrettanto vero che le figure femminili ai vertici industriali, politici e sindacali si contano sulle dita di una mano. Stesso discorso vale per ciò’ che concerne istituzioni culturali dove l’elemento femminile è pressoché assente. Le donne italiane inoltre vantano, si fa per dire, un ben triste primato a livello europeo, quello della disoccupazione, di gran lunga superiore a quella riscontrata nei Paesi dell’Unione più vicini a noi come Francia e Germania.

Il tasso di occupazione femminile in Italia è attualmente al 46,3% quindi uno dei più bassi in Europa, nonostante le donne laureate siano un numero superiore rispetto ai colleghi maschi (sono il 57%). Eppure a fronte della ben scarsa considerazione che le donne hanno in Italia a livello di responsabilità la storia di questi 150 anni di unità nazionale ha dimostrato quanto le donne abbiano fatto e donato alla vita del Paese, a fronte a volte di supremi sacrifici.

Le donne sono state parte attiva nei grandi stravolgimenti politico-istituzionali, a cominciare dal Risorgimento dove proprio alcune figure femminili sono entrate nella storia. Pur se cosi diverse e a volte antitetiche come non pensare alla contessa di Castiglione, la celebre cugina di Cavour e al suo ruolo nell’alleanza Franco-Piemontese, o a Anita Garibaldi, la sposa dell’Eroe dei due mondi, che ha seguito le sorti e la vita del proprio uomo fino alla prematura morte, non certo con un ruolo secondario, ma anzi fornendo spesso stimolo ed idee a Giuseppe. O ancora alla madre dei fratelli Cairoli, che ha sopportato i gravi lutti che hanno colpito la sua famiglia, sempre con la consapevolezza della missione che assieme ai suoi figli compiva per l’Italia. In tempi più recenti vi sono state altre importanti figure di donne italiane che hanno donato se stesse alla causa nazionale. Ricordo ad esempio le tante donne che hanno combattuto nella resistenza al nazi-fascismo e che quindi al pari degli uomini hanno riconquistato la libertà. Penso alle donne che per la prima volta nel 1946 hanno potuto esprimere il proprio voto politico.

Ecco dunque che a pochi giorni dall’anniversario della mi è sembrato giusto e anche doveroso rendere questo piccolo omaggio alle donne italiane, sperando che, finalmente possano ambire e raggiungere gli stessi ruoli ancora troppo spesso loro preclusi da una società ancora in gran parte maschilista.

 

Aurelio Ferraguti

Numero di letture :946

Gli Italiani, un popolo di emigranti

Posted by Aurelio Ferraguti On marzo - 5 - 2011ADD COMMENTS

Eccoci al nostro quarto appuntamento con il quale intendiamo ricordare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.


Gli italiani che festeggiarono il 17 marzo 1861 la proclamazione del Regno d’Italia erano crica 22 milioni, non facevano parte del regno infatti il triveneto (la Venezia euganea sarebbe divenuta parte d’Italia solo dopo la terza guerra di indipendenza e cioè nel 1866, il trentino ed il Friuli-venezia Giulia solo dopo la prima guerra mondiale cioè nel 1919) ed il territorio laziale ancora sotto il potere temporale di Papa Pio IX.

Certo pochi rispetto ai circa 60 milioni di abitanti che oggi costituiscono la popolazione italiana, ma che erano in costante crescita, la natalità infatti non aveva conosciuto il calo preoccupante di questi ultimi trenta anni.

Il Paese benché unito non era in grado di soddisfare le esigenze lavorative e quindi di sostentamento di una popolazione in rapida crescita, cosi dalla fine del secolo diciannovesimo, e soprattutto agli inizi del ventesimo si assistette ad un fenomeno assai rilevante ed importante: l’emigrazione in massa soprattutto di ceti proletari che non trovavano mezzi di sostentamento nella fragile economia italiana. Emigrazione che investi soprattutto il continente americano, ma anche la vecchia Europa in particolare Francia, Germania e Inghilterra.

Per dare un’idea della rilevanza del fenomeno migratorio italiano, cioè di quegli italiani che hanno lasciato la madre patria per “cercar fortuna” all’estero si pensi che ad oggi nel mondo ci sono circa 25 milioni di persone originarie o discendenti dei migranti post unitari oltre a coloro che hanno deciso di lasciare il Paese in tempi recenti. Solo in Argentina vi sono 15 milioni di “italiani” cioè di discendenti degli emigranti. Un numero enorme in relazione ai 60 milioni di italiani che vivono in Patria.

Gli italiani sono dovunque. In moltissimi casi si sono perfettamente integrati nelle società che li hanno accolti, raggiungendo anche posizioni di grande prestigio.

Le integrazioni, sia detto per inciso, in molti casi non sono state per nulla facili e indolore. In realtà certe diffidenze nei confronti dei nostri connazionali che sono emigrati alla fine del’800 e nei primi del ’900 erano frutto di situazioni oggettive. Lo vediamo, purtroppo anche oggi, e malgrado tutto anche in Italia che è stata paese di migranti, la paura del “diverso” dello straniero che viene da noi perché nel suo paese c’è miseria e disperazione è un sentimento diffuso. Ma gli italiani hanno saputo superare anche queste difficoltà e potuto inserirsi a pieno titolo , nelle società dei Paesi che li hanno ospitati. Non per questo pero’ hanno dimenticato la loro terra d’origine. Chi non ha deciso, ad un certo punto, di ritornare a casa, magari raggiunta l’età della pensione, chi ha deciso di formare una famiglia all’estero e di avere figli e nipoti nella nuova patria, non ha comunque dimenticato l’Italia.

Sono nati un po’ ovunque circoli ed associazioni di italiani all’estero e finalmente nel è stato riconosciuto anche a questi nostri connazionali il diritto di avere propri rappresentanti nel parlamento italiano.

Qualche dato sull’emigrazione italiana nel mondo:

Il più grande esodo migratorio della storia moderna è stato quello degli Italiani.

  • A partire dal 1861 sono state registrate più di ventiquattro milioni di partenze. Nell’arco di poco più di un secolo un numero quasi equivalente all’ammontare della popolazione al momento dell’Unità d’Italia si avventurava verso l’ignoto.
  • Si trattò di un esodo che toccò tutte le regioni italiane. Tra il 1876 e il 1900 l’esodo interessò prevalentemente le regioni settentrionali con tre regioni che fornirono da sole il 47 per cento dell’intero contingente migratorio: il Veneto (17,9), il Friuli Venezia Giulia (16,1 per cento) e il Piemonte (12,5 per cento).
  • Nei due decenni successivi il primato migratorio passò alle regioni meridionali. Con quasi tre milioni di persone emigrate soltanto da Calabria, Campania e Sicilia, e quasi nove milioni da tutta Italia.
  • Gli italiani sono sempre al primo posto tra le popolazioni migranti comunitarie (1.185.700 di cui 563.000 in Germania, 252.800 in Francia e 216.000 in Belgio, e il fenomeno ha avuto un'ulteriore propulsione negli ultimi anni grazie alle innumerevoli offerte di voli low cost offerte dalla rete) seguiti da portoghesi, spagnoli e greci.

Ecco dunque un riepilogo del fenomeno migratorio italiano tratto da www.emigrati.it

Emigrazione italiana per regione 1876-1900, 1901-1915

Piemonte 709.076 13,5 831.088 9,5
Lombardia 519.100 9,9 823.695 9,4
Veneto 940.711 17,9 882.082 10,1
Friuli V.G. 847.072 16,1 560.721 6,4
Liguria 117.941 2,2 105.215 1,2
Emilia 220.745 4,2 469.430 5,4
Toscana 290.111 5,5 473.045 5,4
Umbria 8.866 0,15 155.674 1,8
Marche 70.050 1,3 320.107 3,7
Lazio 15.830 0,3 189.225 2,2
Abruzzo 109.038 2,1 486.518 5,5
Molise 136.355 2,6 171.680 2,0
Campania 520.791 9,9 955.188 10,9
Puglia 50.282 1,0 332.615 3,8
Basilicata 191.433 3,6 194.260 2,2
Calabria 275.926 5,2 603.105 6,9
Sicilia 226.449 4,3 1.126.513 12,8
Totale espatri 5.257.911 100,0 8.769.749 100,0
Fonte: Rielaborazione dati Istat in Gianfausto Rosoli, Un secolo di emigrazione italiana 1876-1976,Roma, Cser, 1978.

Principali paesi di emigrazione italiana 1876-1976

Francia 4.117.394 Stati Uniti 5.691.404
Svizzera 3.989.813 Argentina 2.969.402
Germania 2.452.587 Brasile 1.456.914
Belgio 535.031 Canada 650.358
Gran Bretagna 263.598 Australia 428.289
Altri 1.188.135 Venezuela 285.014
Totale 12.546.558 11.481.381

 

Aurelio Ferraguti

Numero di letture :2070
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